Paestum, Primum vivere.

di Teresa Lucente

Dal 5 al 7 ottobre più di 800 donne si sono date appuntamento a Paestum per l’incontro nazionale del femminismo radicale dal titolo Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria.

Tra le presenti, molte delle donne che erano a Paestum per l’ultimo raduno nazionale che si tenne 36 anni fa e che, in questa occasione, hanno testimoniato l’emozione di esserci ancora a distanza di tanti anni.

Ma non basta ricordare, il compito più arduo è continuare quella storia e non soltanto attraverso ripetizioni. Questo lo spirito con cui molte altre giovani donne, che nel ’76 non c’erano, si sono presentate all’incontro che si è aperto la mattina del sabato con un’assemblea plenaria in cui il primo passo è stato il superamento del conflitto generazionale che ha assunto la differenza fra femminismi. La separatezza tra le “storiche” e le altre, che aleggiava nell’auditorium affollato oltre ogni previsione della vigilia, si è misurata nelle diversità delle pratiche ma anche nella presa di distanza da una “ortodossia” femminista velata dal culto delle genealogie materne. Il superamento del fossato è avvenuto nella contemporaneità della presenza qui ed ora, con la comune voglia di esserci e di contare, con la consapevolezza e la forza del femminismo e la volontà di porre al centro della crisi che investe la nostra civiltà il “primum vivere” che, come ha sottolineato Lea Melandri nel dare avvio ai lavori, era già nelle intuizioni del femminismo originario.

L’assemblea plenaria del mattino si è poi tramutata nel pomeriggio in nove diversi gruppi di lavoro di cui si è dato conto nella plenaria di domenica.

L’interesse dell’assemblea si è centrato prevalentemente sugli elementi di crisi interni alla politica e al lavoro.

La crisi delle istituzioni democratiche, cui assistiamo, rivela i limiti della rappresentanza elettiva sulle cui forme e opportunità si è innescato un confronto serrato che è stato prevalente per buona parte della mattinata. Il desiderio di protagonismo delle donne si è confrontato sulle pratiche soggetto/collettivo che alcune traducono in necessità di portare e appoggiare le donne all’interno delle istituzioni, mentre altre leggono come una necessaria autorappresentazione in una differente pratica politica.

Non è però tanto la rappresentanza quanto il lavoro ad occupare la scena. Lavoro declinato come investimento di energia e desiderio, progetto di sé e relazione con altre e altri per liberare le nostre identità dall’opposizione lavoro/non lavoro.

La questione del lavoro è stata centrale soprattutto nel racconto di chi ha declinato il “primum vivere” a partire dalle condizioni materiali e di esistenza: le precarie.

Il precariato è il tema su cui più si affaccia e si decostruisce il conflitto generazionale perché, sebbene sia chiaro che si tratti di un dramma che attraversa tutte le età, è tuttavia vissuto da molte giovani come un elemento performativo del loro presente e circoscriverlo indistintamente a tutte/i può diventare una trappola che annulla l’articolazione soggettiva delle esperienze.

Il reddito di cittadinanza, istanza più volte riecheggiata a Paestum soprattutto dal gruppo delle “Diversamente occupate”, è posto come la condicio sine qua non di qualunque possibilità di autodeterminazione femminile oggi, come alternativa al ricatto di fare di noi stesse una risorsa umana e come opportunità di scardinare e destrutturare il sistema produttivo, pur nella ferma convinzione che la nostra interezza non si gioca tutta qui, ma anche nella ricchezza della relazione, la cui pratica e la cui forza modificano l’esistente.

Quasi completamente assente dal dibattito la sessualità, il corpo e la violenza, temi passati sotto silenzio anche nei gruppi di lavoro.

Ma la novità e la vera conquista di Paestum è stata nella modalità organizzativa del convegno. Gruppi, associazioni, rappresentanti delle istituzioni, donne singole, provenienti da oltre 50 diverse città, si sono confrontate liberamente e a partire da sé in interventi aperti. L’incontro, infatti, non prevedeva interventi preordinati e neppure relazioni introduttive e conclusive, chiunque poteva prendere la parola semplicemente prenotandosi per alzata di mano. Unica regola il rispetto del turno delle prenotazioni e il tempo dell’intervento (5 minuti ridotti poi a 4 per permettere la maggiore partecipazione possibile).

A partire dalla modalità comunicativa, la politica della relazione è stata praticata con successo e soddisfazione da parte di tutte. Una scelta di metodo che è già politica.

La pratica dell’autocoscienza che si è vissuta a Paestum è stata la forza e il limite dell’incontro e, infatti, se da un lato ha reso possibile esserci con la consapevolezza della nostra forza, dall’altro ha limitato la possibilità di approfondimento dei temi e delle posizioni. Maggior spazio per l’approfondimento nei gruppi di lavoro del pomeriggio che, tuttavia, per l’elevato numero delle partecipanti (40-50 persone per ognuno dei 9 gruppi) non hanno prodotto confronti e approfondimenti da cui si potessero trarre conclusioni univoche nell’assemblea plenaria dell’ultimo giorno.

Uno spazio aperto in cui far confluire l’esperienza e la pratica di ognuna, questo è stato Paestum. Uno spazio da cui ognuna, mancando delle conclusioni univoche, ha potuto trarre la vitalità che si aspettava aprendosi all’incontro e al confronto con altre.

Veniamo via da Paestum con il desiderio che le donne continuino a raccontarsi le loro esperienze e a riconoscere la loro complessità all’interno di una rete di relazioni da coltivare come risposta alla crisi e come deriva di un possibile e necessario cambiamento.

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Schizofrenie comunicative d’antan

di Marika Borrelli

Bundesarkiv

A me piace abbastanza RaiStoria.
Di solito ne sbircio un pochino la mattina, durante la colazione.
Stamane, per esempio, rimandavano un documentario del 1959 di Slavi e Zavattini dal titolo “Donne e potere”, nell’ambito del contenitore “S(oggetto) donna”.
Ovviamente in bianco e nero, si trattava di una raccolta di testimonianze presuntivamente asettiche e neutre sulle donne che svolgevano professioni maschili o si azzardavano a osare di più nel loro campo di attività.
C’era la donna ingegnere dei trasporti che aveva imparato a guidare il tram a sedici anni e che le era tanto piaciuto da occuparsene per la vita; c’era il chirurgo plastico-ortopedico: una tipa con i baffetti (allora la ceretta non era diffusa, penso) che parlava dei suoi mille e cinquecento interventi, al di fuori di quelli di cui era stata l’assistente e che con un sorriso d’imbarazzo diceva che anche gli uomini si rivolgono con fiducia a lei; c’era la prima donna capostazione d’Italia, che faceva servizio a Cerveteri-Ladispoli, la quale ha detto senza mezzi termini (per quei tempi): “Voi pensate che sia strana una donna capostazione. Ma io no.” C’era l’astrofisica che, non potendo fare attività di laboratorio per via dei figli piccoli, si era messa a scrivere libri di divulgazione sull’argomento. C’era la giovane infermiera che studiava già da capo-sala. Ci si meravigliava (ma con aplomb giornalistico) che le donne scegliessero facoltà come Fisica o Ingegneria e che sapessero utilizzare complesse attrezzature per gli esperimenti chimici.
È stata anche mostrata l’esperienza di due donne giudici-popolari. (Per inciso, mi ricordo che anche mia zia negli Anni ’70 fece due volte quest’esperienza. Ce ne raccontava come di una cosa grave e importante. Mi ricordo anche che comprò due parrucche diverse che indossò alternativamente per tutto il tempo dei processi, allo scopo di evitare una facile riconoscibilità da parte degli imputati e dei loro congiunti. Si trattava di due omicidi e una volta raccontò di un coltellaccio da macellaio tutto insanguinato. Io mi feci la convinzione che mia zia era una vera ‘tosta’ e che aveva dei bellissimi occhialoni scuri da diva che metteva nei sopralluoghi sulla scena del crimine. Prodromi di CSI.)
Tornando al documentario, le esperienze narrate erano state trattate come casi di studio e punte di avanguardia per le donne di allora. Tutto questo catalogo televisivo raccoglieva le testimonianze quali eccezioni da mostrare e il commento parlava serenamente di donne come risorse! (Dire che le donne sono una risorsa, mi fa davvero imbestialire.)
Eppure – pensavo durante la visione – anche queste trasmissioni, che oggi fanno ridere e che presentavano le donne professioniste quali ‘novità’, potevano avere una funzione importante. Un po’ come la faccenda delle quote di genere: occorre inserirle anche se intellettualmente non sono condivisibili, perchè prima o poi diventerà naturale avere e accettare una maggiore presenza femminile nei luoghi pubblici/di potere/di decisione. (È successo in Scandinavia, perché non potrebbe accadere anche da noi? Il primo che dice che sono una visionaria, lo cancello dai miei followers su Twitter.) Era necessario mostrare le donne ‘pioniere’ quali esempi da imitare, in modo da far accettare il cambiamento sociale, in un’Italia del boom che aveva bisogno di cervelli, intuizioni, manodopera.
Eppure, il documentario, per altro interessante, si chiudeva con la visione di una mamma operaia che scende dal tram dopo aver fatto il turno di notte in fabbrica e trova sul portone della sua Ina-casa una bimbetta che l’accoglie e l’abbraccia come se la mamma fosse tornata dal confino. In sottofondo, si poteva ascoltare la canzone sul lamento di un’operaia turnista.
Emancipazione, avanguardia, parità… sì sì, tutto occhèi. Ma alla fin fine (siamo sempre nel 1959) il posto della donna è a casa, mica al lavoro. Il documentario, con l’ultima scena strappalacrime, contraddice tutto quello che aveva mostrato prima. Schizofrenia comunicativa funzionale allo status quo maschilista, la definirei. Ecco perché nel terzo millennio, a più di cinquant’anni dal documentario (pseudo-avanguardista) di Zavattini, stiamo ancora a parlare di disoccupazione femminile gravissima, di discriminazioni di genere, di femminicidi passionali. E di donne come risorsa.

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Il Consiglio d’Europa.contro l’obiezione anti-aborto

di Mara Brunori

foto di Stéphane M. Grueso

La notizia non ha trovato grande risalto su quotidiani e Tg nazionali, ma è di grande attualità e importanza: lo scorso 23 ottobre la Ong belga IPPF En (International Planned Parenthood Federation European Network) e l’italiana LAIGA (Libera Associazione Italiana dei Ginecologi per l’applicazione della Legge 194) hanno presentato ricorso contro lo stato italiano in sede europea, ricorso che lo scorso 10 novembre è stato dichiarato ricevibile.
Al centro di tutto questo una legge da sempre nel mirino di partiti cattolici e chiesa: la L.194/78 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.
Secondo le due associazioni l’Italia sta violando il diritto alla salute delle donne e quello a non essere discriminate, in quanto non rispetterebbe il diritto all’interruzione di gravidanza (IVG) previsto dalla legge suddetta a causa dell’aumento dell’obiezione di coscienza e della scarsa regolamentazione della stessa.

Tutto inizia i primi di ottobre con una lettera scritta da Laiga al ministro della Salute Renato Balduzzi (e p.c. alla ministra del Lavoro e delle Pari Opportunità Elsa Fornero), in cui viene sottolineata la discrepanza tra i dati ufficiali e i dati raccolti nella regione Lazio riguardo l’applicazione di questa legge. Viene inoltre richiamata l’attenzione sulla questione dell’aborto farmacologico tramite la RU-486, ancora poco o per nulla utilizzata sul nostro territorio nonostante sia entrata a far parte dei farmaci ammessi in Italia nel dicembre 2009.
L’invito di Laiga al governo tecnico è di prendere posizione e impegnarsi nella ricerca di soluzioni tecniche. Consapevole però dei limiti del ministro della Salute (Balduzzi è un noto esponente pro-life), Laiga procede con un ulteriore passo. Insieme alla Planned Parenthood redige un rapporto dal contenuto allarmante, da cui emerge come l’obiezione di coscienza in Italia abbia raggiunto un livello talmente imponente da mettere in dubbio la futura applicazione della 194. In particolare, denuncia il pericolo della completa disapplicazione di questa legge entro i prossimi cinque anni proprio a causa del sempre minor numero di medici e personale sanitario non obiettore.

Ma entriamo nel dettaglio dell’obiezione di coscienza, e delle conseguenze che ne derivano.
L’obiezione di coscienza è espressamente prevista dall’ art. 9 della L.194, e consente a personale medico e sanitario-ausiliario di astenersi da pratiche abortive per convinzioni di natura etico-religiosa. Esonera quindi dal compimento di procedure specificamente e necessariamente destinate alla IVG, mentre impone l’obbligo di assistenza pre e post-intervento, oltre all’effettuazione dell’operazione in caso di serio pericolo per la salute/vita della donna, pena la radiazione dall’Albo Professionale.
Il fenomeno negli ultimi anni ha avuto un notevole incremento: secondo la Relazione del Ministero della Salute sull’applicazione della 194 dell’8 ottobre 2012, le percentuali relative agli obiettori relative all’anno 2010 sono così distribuite:
Ginecologi 69.3% ;
Anestesisti 50.8% ;
Personale non medico (ostetriche e infermieri) 44.7%
Tutte le figure professionali mostrano un aumento di 5-10 punti percentuali rispetto al 2005.

I dati riportati si riferiscono alla media nazionale, ma va evidenziata la consistente differenza esistente tra regioni (al Sud il dato supera l’80%) e quella tra le varie strutture sanitarie: all’interno della stessa regione non è improbabile trovare ospedali con un numero di obiettori nella media e altre in cui la quasi totalità dei medici è obiettore.

Ma se questi sono i dati… dove sta la libertà di scelta? La tanto agognata e illusoriamente raggiunta autodeterminazione? Dove sta il rispetto per le scelte delle donne? E il loro diritto alla salute? E quello a non essere discriminate? Dove sta il rispetto della legge da parte dei medici?
È importante sottolineare quest’ultimo aspetto, perché se è vero che nel ’78 – quando la legge è entrata in vigore – aveva senso tutelare i medici e poteva essere ingiusto costringerli ad effettuare una mansione aggiuntiva contraria alla loro etica, ora questo discorso non è, non dovrebbe più essere valido.
Sono trascorsi trentaquattro anni dall’entrata in vigore della L.194, ormai è assodato che l’aborto volontario e quello terapeutico sono parte delle competenze di ginecologi e ostetriche, allora perché ancora oggi viene data loro la possibilità di astenersi dallo svolgimento di una parte del loro lavoro?
In quali altre professioni è consentita questa stessa libertà?
Cosa spinge una persona dalle convinzioni etiche così forti a scegliere proprio una specializzazione che può entrare in contrasto con i propri ideali?
Sarà forse una forma di attaccamento al Giuramento di Ippocrate, che nel testo classico (ma non in quello moderno) recita: ”Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo” ?

Indipendentemente da come la si pensi sulla questione della IVG, non andrebbe mai dimenticato che esiste una legge che la prevede e la regolamenta, e che quindi – almeno sulla carta – è un diritto delle donne. Certo, per la stessa legge è anche un diritto del medico rifiutarsi di eseguirla.
Ma se tutti i medici diventassero obiettori?
Questo scenario non è poi così lontano o esagerato, i dati parlano da soli. Negli ultimi anni si sta assistendo a un progressivo allungamento delle liste di attesa per le IVG, soprattutto in alcune zone d’Italia. Come se non bastasse pare che il ricambio generazionale sia esiguo: la maggior parte degli attuali non obiettori sono professionisti di 50-60 anni, persone quindi che più o meno direttamente hanno vissuto – magari anche sul piano militante – gli anni dell’approvazione della L.194 e ormai prossimi alla pensione. Chi prenderà il loro posto, dato che l’obiezione di coscienza riguarda sempre più spesso anche gli studenti è si sta trasformando da “eccezione” a “regola”?

La conseguenza di tutto questo è che il diritto alla salute della donna viene oggettivamente minato, fatto che comporta due discriminazioni: una di tipo sessuale (gli uomini possono accedere senza ostacoli a tutti i servizi sanitari pubblici, la donna no) e l’altra di tipo economico/di classe (una donna ricca può spostarsi verso un ospedale più lontano per effettuare l’IVG o rivolgersi a una clinica privata, ma le donne con problemi economici? O senza tetto? O Immigrate?).

È anche importante capire cosa spinge realmente un ginecologo a diventare obiettore. L’aspetto etico-religioso è davvero la motivazione principale, o serve solo a mascherare un fine più utilitaristico?
È evidente come le carriere di chi sceglie l’obiezione di coscienza siano spesso più facili, avvantaggiate. I non obiettori – quando in netta minoranza nella struttura ospedaliera – vengono in qualche modo isolati dai colleghi cattolici e dalla lobby annessa (CL), e vedono sfumare pian piano la prospettiva di una carriera: non solo si troveranno destinati ad attività di manovalanza e alla quasi esclusiva pratica di IVG a discapito delle altre attività ostetrico-ginecologiche, ma vedranno allontanarsi anche la possibilità di promozioni: non è un caso che i primari non obiettori di coscienza siano una rarità.

In questo articolo ho cercato di riassumere la complessità del tema dell’obiezione di coscienza, e di spiegare il contesto che ha spinto Laiga e Planned Parenthood a sottoporre il caso italiano all’attenzione del Comitato Europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa.
Naturalmente il Governo Italiano ha tentato di bloccare il procedimento chiedendo proprio al Consiglio d’Europa di dichiarare inammissibile il ricorso. Richiesta bocciata, a differenza del ricorso che viene invece dichiarato ricevibile.
La prossima tappa è il 6 dicembre, termine entro il quale il nostro governo dovrà inviare le proprie argomentazioni, a cui farà seguito la risposta della Planned Parenthood entro il 17 gennaio 2013.
Staremo a vedere se l’intervento europeo aiuterà l’Italia ad uscire da questa assurda situazione di negazione di diritti e libertà.

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Potevo essere io

Ovvero perché dobbiamo smetterla di aver paura
di Marta Gallina
(Per la giornata contro la violenza contro le donne)


Potevo essere io, quella mattina, a camminare sola nel buio dell’alba. Verso la stazione, verso l’università, verso la vita. Potevo essere io, affiancata da uno sconosciuto che inizia a parlare in un italiano strano, ad aumentare il passo, fino al luogo in cui avrei trovato salvezza in mezzo ad altre persone. Potevo essere io ad essere afferrata, minacciata col coltello, buttata per terra, spogliata, stuprata.
Mentre la gente guarda e vede tutto dalle finestre e non fa nulla. Mentre l’unico pensiero è di salvare la pelle. Mentre l’unica speranza è che finisca presto.
Potevo essere io a vedere quella luce accendersi dal condominio e una persona uscirvi. E allora ribellarsi, urlare, chiamare aiuto. Potevo essere io a vederlo scappare, finalmente, ed essere salvata da una ragazza coraggiosa. Oppure soltanto incosciente.
Solo venti minuti. Venti minuti che ti hanno cambiato la vita. Mentre ne parli dai le spalle alla telecamera, ma non chiedi che la tua voce venga camuffata . Quella ti serve, integra, per raccontare ciò che è stato. Non ti trema la voce, non piangi, non trattieni nulla. Sei solo tu, un anno dopo.
Un anno. Un anno è molto. Ma dici di star meglio da poco. Per sei mesi hai dovuto sostenere terapie contro il virus dell’HIV. Hai fatto più di 1500 vaccini. Hai parlato per ore con la psicologa. Lo hai rivisto, dietro alle sbarre. Si è beccato solo 7 anni. Ma tu a vederlo lì, inerme, lontano, finalmente innocuo, ti sei sentita sollevata.
Dici di non aver mai pianto. Non parli di paura, ma di rabbia. Parli dei genitori, che ti sono stati vicini. Degli amici, che finito il trambusto mediatico hanno smesso di esserlo. Parli della tua tesi, sullo stupro. E penso a quanto hai dovuto soffrire per avere la forza, oggi, di scriverne. Per poterne anche solo parlare.
Mi chiedo, allora, se io non debba aver paura. Mi chiedo se non sia meglio nascondersi dal mondo piuttosto che affrontarlo. In fondo, mi dico, potevo essere io. Potevano essere tutte.
Ma da come parli, non sembri voler dire questo. Tu in quella stazione ci sei tornata, quelle strade le hai ripercorse, anche se all’inizio ti sembrava impossibile tornare a vivere, di nuovo.
Dal tuo racconto, mi sembra di capire, non sono io a dover essere spaventata. Dovrebbe esserlo lui, il bastardo, che ti ha lasciata per terra quando hai cominciato a urlare. Dovrebbero esserlo le persone che ti hanno visitata in ospedale, e che ti hanno guardata come se fossi una bambina bugiarda bisognosa di attenzioni. Dovrebbero esserlo tutti quelli che ti hanno chiesto se eri proprio sicura di voler denunciare, che ormai eri maggiorenne e che non ti avrebbero fatto sconti quando avrebbero saputo che mentivi.
Loro sì, che devono aver paura. Perché presto, per loro, non ci sarà più posto nella nostra società. Quando la maggior parte delle ragazze, delle donne, sarà come te, persone che non piangono ma lottano, per loro non ci sarà davvero più posto.
Potevo essere io. No. Voglio essere io. Anch’io voglio non piangere. Anch’io voglio non temere. Anch’io voglio lottare. Potevamo essere tutte. E quando ce ne accorgeremo, allora tutte saremo te. Arrabbiate e senza paura.
Solo quando la giornalista ti chiede qual è il tuo rapporto adesso con gli uomini non riesci a rispondere. Ti trema la voce, per un attimo soltanto. Tranquilla, ci vorrà del tempo, ma supererai anche quello. Basta non aver paura. Sei tutte noi.

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Postporno in Scighera

di Daniela Danna

Foto di Chiara Nicoli

“Travolte da insolita passione”, la serata di presentazione di Racconti erotici per ragazze sole o male accompagnate di Slavina, con laboratorio e reading collettivo ha richiamato in Scighera una settantina di spettatrici (donne in grandissima maggioranza) e poche lettrici di racconti propri – non sempre peraltro focalizzati sul desiderio erotico femminile, quanto sul “ti-tengo-in-mio-potere-per-il-mio-fascino-ma-poi-di-far-del-sesso-con-te-non-me-ne-frega-niente”, o sul misterioso motivo (farmaceutico) per cui l’amante non vuole incontrare la protagonista se non per fugaci “caffè”, e il racconto comico-critico di Laura Mango. che potete leggere di seguito. Ma è un inizio.

Il libro ha come protagonista Selma, che racconta una sorta di autobiografia erotica, dalla prima adolescenza alla maturità. Il lavoro di Slavina è stato presentato da Lorella Zanardo. Che cosa hanno in comune? “Vedo il mio lavoro come educazione, come il tuo” dice Slavina. “È una donna che apre le gabbie”, così la descrive Lorella “Come ci riesci?” “È perché sono stata ingabbiata per un sacco di tempo. Poi ho deciso di reinventarmi andando via dall’Italia, parlando un’altra lingua… Uomini e donne, e tutto quello che c’è in mezzo, si trovano ingabbiati perché certe cose è difficile dirle, e accettare un desiderio che è altro da quello che ci si aspetta da una donna”.

Che è ancora passività e auto-oggettivazione: “Andando nelle scuole”, racconta Lorella, “mi sono resa conto che l’immaginario delle ragazze è mutuato dalla televisione – non è che perché non guardiamo la tv l’Italia non la guarda!”. Nelle terme tedesche trova un cartello in italiano sull’obbligo di togliersi il costume: “Lo sappiamo che gli italiani si vergognano”. E la proprietaria l’aggredisce: “Cosa crede, prendo la tv italiana, lo vedo cosa guardate, e poi venite qui da me e vi vergognate a togliervi le mutande!” “Questo racconta molto bene il nostro paese”, conclude Lorella, paese in cui “non è così sdoganato il rapporto sessuale – soltanto quello stereotipato lo è. Nell’intimità si tende ad essere pochissimo spontanei, a scopiazzare quello che vedi su internet. Tra gli uomini c’è ignoranza sul corpo delle donne, gli uomini pensano che il loro modo di godere sia simile al nostro”. Ma aggiunge Slavina: “L’importante è anche saper comunicare. Un sacco di donne si lamentano: ah succede questo, mai quell’altro… ma scusa tu dove sei quando questo succede? C’è un sacco di maleducazione sentimental-sessuale nel nostro paese, dirsi le cose facendo l’amore è traumatico. Ma è un gioco che si fa in due, bisogna imparare a parlarsi”.

In Lombardia non si fa più educazione sessuale né educazione alla relazione, racconta Lorella: “Le ragazzine sono rese molto insicure e sono sempre consapevoli di come appaiono, ma il proprio corpo è vissuto come un oggetto da tenere a posto, la sensibilità sembra che manchi loro del tutto. Fanno fatica a lasciarsi andare, perché sono concentrate su quello che non va bene: ho il sedere troppo piccolo… Invece Selma ha una bella sicurezza, il corpo se lo vive e se lo gode bene. Si piace”. Slavina: “Ha visto un sacco di corpi differenti e così il suo l’accetta”.

Lorella ci racconta anche, per contrasto con l’autenticità di Slavina e dei suoi racconti, della trasmissione di presentazione dei candidati alle primarie del centro-sinistra, cui è stata invitata: “Ho provato uno spaesamento totale a vedere che la presentazione avveniva negli studi di Matrix. I candidati sembravano concorrenti che dovessero schiacciare il pulsante… Era un ambiente scicchissimo, pieno di esponenti della finanza, di imprenditori, e non c’era nulla che riportasse a qualcosa di vero, ai problemi reali. Era la finzione totale. Anche parlare della disoccupazione suonava assolutamente falso”.

La descrizione del desiderio femminile come masochistico è imperante nella letteratura erotica italiana, racconta Lorella riportando un intervento di Dacia Maraini, che per lavoro ha letto centinaia di libri erotici italiani e stranieri scritti da donne: “Il massimo del piacere è essere picchiata. Addirittura due di questi romanzi finiscono con la morte di lei”. Invece in Racconti erotici per ragazze sole o male accompagnate: “Questa sofferenza non c’è, c’è invece la gioia”. Slavina: “La sofferenza, la sottomissione, il fatto di essere vittime, sono eredità del cattolicesimo. È solo una parte del sesso. Secondo me è l’assolutizzare che è sbagliato, ma i giochi consapevoli e consensuali di sadomasochismo vanno bene”. Tuttavia, se poi si può giustificare tutto con il sadomasochismo, non perdiamo la capacità di criticare i modelli esistenti? I quali emergono chiaramente nel libro, che si apre con le prime esperienze sessuali di una Selma dodici-tredicenne. Se da una parte è positivo vedere rappresentata la sessualità delle minorenni, l’iniziazione avviene – prevedibilmente – in termini di servizio sessuale ai giovani maschi del paese. Selma non modifica il copione, ma lo condisce con l’ironia – ciò non toglie che gli schemi descritti dell’apprendimento del servizio sessuale femminile siano agghiaccianti quanto reali. È ancora più ironico che nel libro appena tradotto Le donne sono umane?, una raccolta di scritti della famosa esponente del movimento femminista antipornografia Catharine MacKinnon, si spieghi molto bene questo tramandare una sessualità fatta – per definizione – di subordinazione femminile alle esigenze maschili. Scrive MacKinnon: “Siccome la sessualità si presenta in forma di relazioni sotto l’influsso del dominio maschile, non sono le donne a stabilire i suoi principali significati. Nella società in cui viviamo il contenuto della sessualità è lo sguardo che rende le donne oggetto del piacere maschile. Attingo alla pornografia per la sua forma e il suo contenuto, per lo sguardo che erotizza ciò che è disprezzato, avvilito, reso accessibile, pronto all’uso, servile, infantile, passivo e animale. Ecco il contenuto della sessualità che definisce il genere femminile in questa cultura e la reificazione visiva è il suo metodo”. MacKinnon non vede nella pornografia possibilità diverse. E parla in realtà molto di più di vita vera: “Penso che, almeno in questa cultura, il desiderio sessuale nelle donne sia socialmente costruito come desiderio del nostro auto-annientamento. La subordinazione è erotizzata nelle donne e come caratteristica femminile; infatti in una certa misura godiamo di questa subordinazione, seppure mai quanto ne godono gli uomini.  Questa è la nostra posta in gioco all’interno del sistema e non va a nostro vantaggio, ci sta uccidendo. Sto dicendo che interpretiamo la femminilità come il modo in cui finiamo per desiderare il dominio maschile, che meno di ogni altra cosa è nel nostro interesse”. Ma se non ci va bene il discorso sul sesso imperante, dobbiamo elaborarne noi uno diverso, perché il sesso e l’attrazione erotica, anche se plasmati socialmente, sono una spinta primaria se non per tutti certo per gran parte delle persone.

Tornando a Selma: “Racconta di sesso con donne e uomini con la massima libertà”, come nota Lorella “Qui in Italia non siamo così abituati”. “Io trovo che ci sia lesbofobia in molti contesti cui io appartengo” aggiunge Slavina “Le donne stesse cominciano ad automutilarsi e autoconvincersi che ‘ah con una donna non potrei mai’. Non è per un’esperienza che hanno fatto, ma è proprio una fobia: l’aver paura di provare una parte di sessualità e di piacere che in un paese come l’Italia è ancora un pericolo da viversi”. E continua: “Non mi piace parlare di bisessualità perché si ritorna al binarismo e invece mi piace pensare che ci siano molte più possibilità di maschile e femminile che non ‘gli uomini’ e ‘le donne’”.

“Qui però per me iniziano i dubbi”, interloquisce Lorella: “Puoi esser consapevole di un desiderio, ma se per anni hai messo delle barriere? Tu dici che sono diverse le possibilità che ognuno ha, ma è veramente per tutti così?” “Dipende da quello che senti” è la risposta di Slavina. E poi Lorella afferma: “Io mi sento profondamente donna. Nel mio blog mi scrivono che è superato. Ma da alcuni millenni prima di oggi il femminile non ha trovato espressione. Prima di dire che è superato mi piacerebbe che per altrettanti millenni si potesse esprimere”.

Un altro dubbio di Lorella è: “La sessualità deve essere per forza prendere e poi andarsene? Non è un modello maschile?” Slavina risponde: “Non credo sia un modello maschile, è un modello da amante: l’amante se ne va, che sia uomo o donna”. Rivalutiamo quindi questa figura, così come il fatto di vivere in tempi di crisi: “La crisi potrebbe non essere tutto negativa”, secondo Slavina. “In fondo la gente come noi è sempre stata un po’ in crisi, non è una cosa nuova…”

 

La registrazione della serata è disponibile sul sito della Scighera. Pubblichiamo qui sotto il racconto di Laura Mango che è stato letto e molto applaudito alla fine della serata. Note a margine: ovviamente nei seminari femministi degli anni 70 non vi erano sorprese, ma l’insegnamento programmato dell’autoosservazione con lo speculum, una pratica a fini medici e non erotici. E Linda Boreman, detta Lovelace, non si era affatto “pentita” dell’essere apparsa in film porno, ha invece denunciato di essere stata stuprata nella realizzazione di Gola Profonda, come Maria Schneider lo fu in Ultimo tango a Parigi. Linda diventò nel 1980 un’esponente del movimento antipornografia.

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CONSIDERAZIONI DI SLAVINA

Da parte mia vorrei ringraziare le donne che hanno partecipato al laboratorio e si sono messe in gioco con spirito di condivisione e coraggio. L’intenzione era quella di creare uno spazio tutelato dove l’epressione di ognuna potesse fluire e stimolare riflessioni.
E cosí è stato, anche quando l’oggetto della riflessione era “non capisco proprio a che serva questa postpornografia”.
La risposta piú spontanea è che non è detto che sia uno strumento utile a tutte (come non è detto che tutte debbano provare piacere allo stesso modo e sentirsi rappresentate nelle narrazioni delle altre). È uno degli strumenti che disegna un cammino possibile verso la liberazione dei desideri e degli immaginari, ma non l’unico e spero non l’ultimo. Per
questo mi è sembrato importante anche riconoscere la legittimitá di una voce che lo contestava, in maniera molto ironica e partendo da se’ e dai propri limiti.
Per il resto mi dissocio dal giudizio cosí distruttivo che Daniela assegna agli altri due racconti e me ne scuso con le autrici. Creare una tensione verso il rispetto della diversitá di ció che chiamamo desiderio purtroppo non significa automaticamente riuscire a farsene garante.
Credo in un femminismo di accoglienza e apertura, che possa costruire spazi inclusivi di crescita per tutte… anche se a volte mi accorgo che non è facile metterlo in pratica neanche negli ambienti che sembrano più aperti al dialogo e che trasudano intelligenza, cultura e consapevolezza di genere.
Continuo con i miei laboratori e nella collaborazione con questa rivista augurandomi che invece di essere una minoranza che ha capito molto e che giudica, domani potremo essere una maggioranza più solidale, eterogenea… ed invincibile. Postpornografica o non.

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RIMEMBRANZE A FREDDO SU UN SEMINARIO POSTPORNO

di Laura Mango

Correva l’anno 2009 e in quel periodo svolgevo un assurdo servizio civile a Roma. In via teorica dovevo digitalizzare libri antichi, in pratica io e il mio collega eravamo vittime di uno strano gioco di mobbing all’interno di un ufficio ai limiti della legalità.

La mia amica Teresa suggerì, per distrarci e compiere qualcosa di femminista, di partecipare ad un seminario del Lady fest che in quel maggio sarebbe passato per le vie della capitale, o meglio, nelle retrovie, visto che tutti gli eventi si rivelarono essere in borgate oltre ogni raggiungibilità.

Il caso volle che un seminario sul post porno venisse tenuto presso il Forte Prenestino, uno spaventoso centro sociale al cui confronto tutti gli altri sembrano alberghi per educande. Per chi non lo avesse mai visto è situato in mezzo ad un consistente numero di sterpaglie, è abitato da strambi individui e strambi animali (più animali che individui) e da fuori sembra un ammasso di pietre diroccato. Un luogo che lo vedi e scappi. Teresa, che abitava poco lontano, ne era invece una grande fan assieme alla sua amica Azzurra, una ragazza che faceva onore al suo nome avendo un paio di occhi azzurri decisamente enormi.

Benché etero cercava di non disdegnare pratiche lesbiche e in quel periodo era fidanzata con Giulio, un musicista che si proclamava iperfemminista. Una sera aveva osato contraddirla ed era finito in lacrime a battersi il petto per aver cercato di prevaricarla imponendo il suo punto di vista patriarcale e maschilista. Erano una coppia curiosa.

Il seminario era aperto solo ad un pubblico femminile e durava quattro ore, parte teorica e parte pratica. Completo e nebuloso mistero su cosa fosse questa parte pratica. In verità il mistero era più generalizzato e comprendeva un dubbio grosso come una casa su cosa fosse il postporno in generale.

“Forse è come il postmoderno”, osservò Azzurra mentre prendevamo il tram.

“Ma no, si chiamerà post perché viene dopo qualcosa”, disse Teresa.

“Dopo cosa scusa?”

“Dopo boh, non so, magari è un’evoluzione della pornografia.”

“Ma che evoluzione può avere la pornografia?”, domandò Azzurra perplessa.

Rinunciammo a capire, del resto se stavamo andando ad un seminario sul tema, il tema ce lo avrebbero spiegato lì di sicuro.

Dopo aver passato il cortile del Forte saltellando tra cani e persone sdraiate giungemmo alla porta fatidica. Fuori un cartello annunciava l’imminenza dell’inizio e con mio grande sollievo, entrando, vidi che almeno un’altra quindicina di donne erano sedute in circolo e ciarlavano tranquillamente.

La pila di scarpe all’ingresso mi suggerì che dovevamo unirci al cerchio, ma scalze. Obbedii alla massa nonostante avessi al solito due calzini diversi e mi sedetti tra Azzurra e una donna sui cinquant’anni completamente vestita verde militare.

L’età media era sui trent’anni, più qualche picco verso i venti (noi) e qualcuna verso i cinquanta. Le due seminariste erano una ragazza italiana di cui non ho nessun ricordo significativo e una spagnola che non parlava l’italiano e veniva tradotta simultaneamente e male da una donna presente che sapeva casualmente la lingua. La spagnola, magrissima e con un’imponente cresta sui capelli rasati ci scrutava con fare perplesso mentre io mi ero persa a fissare spaventata gli specchi accostati al muro attorno a noi.

Avevo dei vaghi ricordi di racconti femministi anni ’60-’70 sul genere: togliamoci la gonna togliamoci le mutande e oplà eccoci tutte qua, e francamente speravo di non esserci finiti senza saperlo.

Il seminario iniziò con la consueta mezz’ora di ritardo (nulla ha un vero orario a Roma) ed ebbe una sua vaga introduzione da parte della tizia che ho completamente dimenticato. Era un profondo, toccante, aggressivo discorso sul fatto che fino a quel momento la pornografia era stata unico appannaggio degli uomini ed era giunto per noi il momento di reimpossessarcene craccandola alla grandissima. Quel pomeriggio eravamo lì per quello, comprendere come lanciarci nella folle impresa e ricodificare l’immaginario pornografico, perché ebbene sì, noi ne eravamo pienamente capaci.
Il seminario acquisì di colpo un suo interesse. Non mi ero mai interrogata sulla pornografia, o meglio non ne avevo mai visto la necessità di piegarla a fini femminili/femministi, ma doveva trattarsi di una mia limitatezza mentale dovuta ad un’educazione alquanto repressiva. Teresa che era ben più folleggiate di me, per dire, non stava nella pelle e Azzurra aveva automaticamente assunto l’aria misteriosa di chi in fondo già sa.

Mi apprestai quindi a seguire le proiezioni che vennero con le migliori intenzioni.

I film postporno che vennero proiettati furono tre e di essi ho i seguenti ricordi:

  1. Nessuno. Non ricordo davvero cosa e chi ci fosse né perché.

  2. Un orsacchiotto. Si trattava di una serie di immagini sincopate di vari oggetti (di cui ricordo principalmente questo orsetto) che dovevano stimolare in qualche modo il mio subconscio eccitandomi.

  3. Un solenne disagio.

Il terzo film era quello che si poteva più compiutamente definire tale. C’era una lunga interminabile insostenibile scena di sesso molto violento, in cui una donna rasata in un ambiente ospedalizzato faceva del sesso con tre enormi uomini neri. Visto che non c’erano battute non si capiva bene se fosse consenziente o meno, in qualsiasi caso era decisamente disturbante.

Dieci minuti dopo, quando lo spezzone terminò, mi sentii quasi in grado di rivalutare Tinto Brass. Non sapevo esattamente a cosa avessi appena assistito, ma la vaga sensazione di chiusura alla bocca dello stomaco mi diceva che non era stato piacevole. Le facce attorno a me erano più o meno della stessa opinione.

Nel frattempo, era giunta tra le mani di Azzurra l’autobiografia di una pornostar dei gloriosi anni ’60-’70 la quale, al contrario di Linda Lovelace, non si era pentita dei bei tempi che furono, ma aveva fatto della sua vita una sorta di manifesto postpornografico. Nata in una famiglia ipercattolica, dopo scuole ipercattoliche aveva scoperto i piaceri del sesso e di essi ne aveva fatto un lavoro e un destino. Sfogliando le numerose fotografie scoprii che: una donna è potenzialmente in grado di penetrarsi con qualsiasi cosa esista sulla faccia della terra, che c’è un record di pompini compiuti in un certo lasso di tempo da battere e che un orgasmo procurato dal tuo dentista mentre ti cura un ascesso può fare miracoli.

Assorta nelle mie scoperte avevo quasi dimenticato il filmato terrificante visionato poc’anzi, ma nel frattempo si era scatenato un intenso dibattito al riguardo.

La parte più consistente della sala era quanto mai disturbata e offesa dal triplo rapporto sessuale con uomini nerboruti e sosteneva che se quello era il postporno allora si trattava solo di pornografia maschile scopiazzata male. E in fin dei conti, se la pornografia era la creazione di un immaginario maschile perché tentavamo di craccarla e non di demolirla?

Il discorso ovviamente si avvitò su sé stesso.

E cosa vuol dire maschile e femminile?

Cosa intendi per pornografia?

Perché ritieni che l’immaginario femminile non possa produrre una sua forma di pornografia?

In ogni caso il film che ci aveva tanto disturbato, ci informò la spagnola, era girato da una donna che per la precisione era anche l’attrice principale. Ciò ci confuse ulteriormente.

Una delle presenti fece commenti sul suo futuro prolasso dell’utero e molte annuirono convinte. A quel punto, per arginare l’imprevista deriva contestatrice, la seminarista italiana propose di parlare del nostro immaginario sessuale. Non so se la mossa fosse studiata o meno, ma dal caos completo ammutolimmo tutte di colpo.

Non volava una mosca e ci fissavamo tutte quante inquiete. Cercai di farmi venire in mente qualcosa, ma riuscii solo a riflettere sul fatto che non ci avevo mai riflettuto: che immaginario sessuale avevo? Perché non ne avevo uno? O anche, possibile che non ne avessi uno?

Visto che nonostante lusinghe e minacce nessuna aveva intenzione di aprire bocca, la spagnola inarcò le sue spalle ossute e disse nel suo fluente spagnolo, “Credo sia dovere di ognuna tentare ogni possibile esperienza. Nessuno ci pone dei limiti siamo solo noi stesse a darceli e noi possiamo distruggerli. Io ho tentato ogni sperimentazione, amo uomini e donne, ma purtroppo ancora non sono riuscita a liberarmi di quel senso di fastidio che provo in un rapporto sadomaso quando è l’uomo in posizione di dominio, e questo mi fa pensare.”

Il suo intervento, lungi dal mettermi a mio agio, mi diede una strana sensazione di alienazione. Forse passare da un’educazione paramilitare come quella dei miei genitori ad un seminario sul postporno senza passare per il via non era la cosa migliore da fare. Perché mentre Teresa si lanciò nel descrivere i suoi ultimi rivolgimenti erotici con un’attivista dell’arcilesbica conosciuta al pride e Azzurra ci teneva a prendere la parola per dimostrare come, benché etero, non si sarebbe mai piegata al patriarcato, io in verità mi chiedevo perché parlare della propria sessualità in pubblico dovesse essere necessariamente un sintomo di liberazione sessuale.

Perché battere un record di pompini lo era? Perché rammaricarsi di non godere in un rapporto sadomaso etero lo era? Io pensavo solamente che beh, non è che può piacere proprio tutto a questo mondo e non per quello mi sentivo limitata.

Ma forse era solo come la storia del pazzo che non sa di essere pazzo. Ero limitata e non sapevo di esserlo.

Dopo mezz’ora di dibattito, quasi al tramonto, fu annunciata una breve pausa prima di passare alla fase pratica. Dopo due ore lì dentro ero esausta, avevo un appuntamento per l’inaugurazione della solita rivista indipendente pronta a morire nel giro di due numeri e soprattutto non avendo previsto di spogliarmi (la mia vita sessuale non era poi così selvaggia) indossavo dei comodi orrendi mutandomi bianchi che preferivo tenere per me.

Salutai caldamente Teresa, eccitatissima all’idea di darsi personalmente a pratiche postpornografiche, e Azzurra esaltatissima anch’essa di poter dimostrare che pur essendo etero non si sentiva seconda a nessuna di noi.

Fate vobis.

Uscii dal Forte senza nessun rammarico. Ciò che nasce tondo non muore quadrato, il postporno ahimè non era faccenda per me.

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Travolte da insolita passione: una Slavina in Scighera, presenta Lorella Zanardo

XXD e Scilibri presentano laboratorio e reading collettivo con Slavina, in Scighera, giovedi 15 novembre 2012, via Candiani 131, Milano (ingresso con tessera ARCI)

Supermary, foto di Claudia Lo Presti

 

Raccontare il sesso come se fosse un viaggio.
Farlo ad alta voce, senza imbarazzo… anzi con un certo orgoglio.
Smettendo di aver paura di certe parole.
Riportando il desiderio al centro della scena.
Dando la parola ai corpi intrecciati.

 

La Rivista di varia donnità XXD e il gruppo libri della Scighera presentano una serata alla ricerca della pornografia che vogliamo insieme a Slavina, pornoattivista e collaboratrice di xxdonne.

Ore 19 laboratorio per il reading: portate i vostri o altrui testi, tenuti nel cassetto, pubblicati o preparati per l’occasione

ore 21 presentazione di “Racconti erotici per ragazze sole o male accompagnate” di Slavina (ed. Perrone 2012) con la partecipazione di Lorella Zanardo – qui il suo ultimo video: Senza chiedere il permesso.

a seguire reading collettivo con racconti, riflessioni e provocazioni postpornografiche con la musica di Lucy van Pelt

** la partecipazione al laboratorio é gratuita ma é necessario un contatto previo scrivendo una piccola mail di presentazione a slavina chi@cci@la insiberia.net

Nella pornografia che vogliamo hanno legittimità tutte le rappresentazioni del desiderio, anche quelle non convenzionali, non direttamente esplicite o non pornografiche in senso stretto. Quello di Slavina è però un invito diretto a prendere la parola e rischiare sul terreno dell’esplicito, della sfida che rappresenta per ogni donna trovare il suo modo di nominare senza mediazioni tutte quelle cose delle quali ci hanno insegnato a vergognarci o a parlare soltanto nello spazio dell’intimità (spesso banalizzato, come in Sex And The City). È necessario costruire uno spazio di discorso che comprende la sfida al comune senso del pudore (il nostro per primo).

Essere insieme e potenziarci a vicenda è fondamentale per trovare il coraggio di dire cose che da sole, pubblicamente, non riusciremmo a dire mai, per far diventare il sesso una questione politica.
Non è una gara, non ci sono parametri di giudizio secondo cui qualcosa ci può stare e qualcos’altro no: chi ci mette la faccia, la voce e il corpo decide cosa vuole rappresentare, contando sulla solidarietà del gruppo che comunque supporta la presa di responsabilità di chi sceglie di condividere
una parte cosí intima di se (poi ci saranno cose che ci piaceranno, che ci ecciteranno, che ci turberanno, che ci solleveranno l’anima e altre no – e per ognuna saranno diverse).

Grazie al lavoro che diverse attiviste fanno da qualche tempo la parola pornografia non é piú associata indissolubilmente a pratiche e rappresentazioni che non valorizzano il desiderio femminile (o meglio non-maschile secondo i canoni della mascolinit à mainstream; sarebbe infatti molto interessante che anche qualche bio-maschio prendesse la parola).

È da se che bisogna partire, altrimenti alla fine non si cresce. Il gruppo aiuta e potenzia un percorso che ognuna deve aver fatto o cominciare a fare da sola.

Nel laboratorio è importante che siano presenti persone motivate a mettersi in gioco, farsi forza e mostrarsi (metaforicamente) nude sul palco. Per le curiose, le titubanti, ci sar à il reading e uno spazio successivo di confronto nel quale metteremo in comune le nostre emozioni nel farlo e in cui le curiose-ma-paurose potranno fare domande.

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InVidiA di donasonica

Chi mi conosce sa che non amo ripetermi, ragion per cui eccovi la nuova rubrica per le lettric* formato XXD: InVidiA.

Stavolta, sempre con lo sguardo alla musica fatta delle donne, che diciamo così è il mio argomento principessa, vi segnalerò cose nuove da ascoltare, solleticandole vostre sensualissime orecchie con qualche video che mi ha particolarmente stimolata di recente.

Sono stata un po’ indecisa sul titolo, lo so non che cambia molto la sostanza di quello che racconto, però sapete com’è in quest’era qui bisogna “acchiappare” l’interesse, mi dicono, tutto sta nel saper acchiappare.

Da qui spunta InVidiA, non lo so se funzionerà, me lo direte poi, intanto eccovi i video (e le artiste) più interessanti sul web, che ovviamente a me personalmente fanno pure invidia, nel senso buono del termine, e vi assicuro che c’è un senso buono nel termine.

E prima di fare parlare le immagini, lasciatemi dire una cosa: se pure una sola delle cose che vi suggerisco o delle artiste che vi sottopongo vi interessa, vi emoziona e vi appassiona, invece di mandarmi benedizioni o di cliccare mi piace o roba così, stavolta ce li date i vostri sudatissimi eurini per XXD, così che tutte noi si possa continuare a scrivere per voi, anziché andare di nuovo in terapia?

Come si dice: a donna metafemminile poche parole.

Le scelte saranno divise per categorie, rigorosamente inesistenti (credo) in qualsiasi altra rubrica di musica/video, nonché premio ufficiale e vi anticipo sin da ora che le categorie suddette saranno, con molta probabilità, soggette a variazioni improvvise e inspiegabili.

I link ai video, sotto le mie chiacchiere.

 

“Migliore Video Story”

 

1) Woodpecker Wooliams – Sparrow

Nome orribile devo dire per questa talentuosa musicista di Brighton, video invece molto carino, sorta di animazione casalinga, per il singolo tratto dall’album The Bird School of Being Human, uscito per la Robot Elephant Records. Le canzoni che compongono l’album s’intitolano tutte col nome di un tipo di uccello questa dunque è per il passero, ma non vi aspettate una robetta delicata, Gemma ha un passato tostarello, e parla delle cose in modo piuttosto brutale. Se non avete orecchie troppo abituate, abbassate un pochino il volume prima di guardare il video.

http://www.youtube.com/watch?v=F3QJ3LPHYRA

 

“Video più sexy + funny”

 

2) Amanda Palmer and the Grand Theft Orchestra- Want it back

Ok, I’m obsessed with her, lo ammetto, ma davvero Amanda ne fa una dopo l’altra. Siccome aveva chiesto 100,000 dollari ai suoi fan, e gliene sono arrivati invece più di un milione, ecco che tra le altre cose ha prodotto questo video, semplice, eppure allo stesso accattivante, che ha principalmente come soggetto il suo corpo nudo (che ve lo dico a fa) sul quale, in stop motion, una sorta di tatuaggio continuo scrive il testo della canzone. Se vi guardate il video sul tubo, date un’occhiatina ai commenti scatenatisi su quanto siano poco attraenti i suoi peli sotto le ascelle, le sopracciglia completamente rasate e il suo nudo integrale. Grazie alla dea ci sono in giro donne come lei.

http://youtu.be/cZCadqQY-Lw

 

“Miglior video casalingo”

 

3) Ringo Deathstarr – Rip

Giovane band di Austin che tanto mi piace per i suoni noise rock anni ’90 che voi ben sapete a volte mi mancano terribilmente. L’album appena uscito “Mauve” vale la pena, il video è anch’esso molto ispirato alle robe anni novanta stile Sonic Youth & Company. Quello che continua ad affascinarmi di queste ambientazioni è la totale assenza di starraggine (=atteggiamento da star/vamp/figa) che ogni tanto pure non guasta.

http://youtu.be/IQ187y5sH3E

 

“Migliore video/performance live”

 

4) Micachu and the shapes – Holiday

NPR è la radio pubblica statunitense. Molte di voi la conosceranno, ma quelle di voi che invece non ne hanno mai sentito parlare magari diranno: e quindi?

E quindi pensate a quello che è ad esempio la radio pubblica italiana, ecco dimenticatelo e pensate a registrazioni, programmi, blog e tutto quello che fa musica attuale messa in rete non sono sulle frequenze radio, ma anche su web.

Questo progetto, di cui il video che ho scelto di quella weirdo di Mica Levi è una delle registrazioni più recenti, si chiama: Field Recordings, ossia portare i musicisti in posti altri rispetto a dove di solito si suona la musica, in questo caso in mezzo ad una foresta.

http://youtu.be/VnuBD7oba_w

 

“Video + assurdo + tamarro”

 

5) Grimes – Genesis

Lei è una musicista di grande talento, a cui piace pure lavorare come video maker col nome di Claire Boucher. In un’intervista in cui racconta del video, dice di essersi ispirata al celebre quadro di Hieronymus Bosh, “I sette peccati capitali”, ad un sacco di fumetti e video games, a Tarantino e a mille altre cose che le sembravano belle, perché non ce la fa proprio a mantenersi minimale quando deve fare una cosa. Come la capisco.

http://youtu.be/1FH-q0I1fJY

 

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Far finta di essere uomini

di Michele Poli

Ho visto il film Reality di Matteo Garrone. Il regista narra con uno sguardo quasi affettuoso le peripezie di un uomo. Una modalità che condivido perché aiuta ad analizzare i comportamenti senza escludere sé dal problema.

In superficie la trama narra del desiderio di entrare da concorrente nella casa del Grande Fratello per diventare qualcuno. Il punto su cui voglio soffermarmi è come il sogno della fama ingloba facilmente tutta la vita del protagonista fino a sgretolarla. Io sostengo che ciò può accadere, perché la sua vita si fonda sulla finzione. La finzione è quella che il regista mostra nel personaggio principale mentre vende il pesce come se il negozio fosse un palcoscenico; finzione sono le truffe in cui coinvolge tutto il quartiere; finzione è un matrimonio dallo sfarzo favolistico e inutilmente pomposo. Quando il protagonista si imbatte in un vincitore del Grande Fratello, prestigioso invitato del matrimonio e intento a ripete a nastro frasi preconfezionate, ho percepito uno squallore agghiacciante. Allora ho pensato che per il protagonista del film l’inganno e l’autoinganno fanno talmente parte della normalità da non suscitare più alcuna critica. Improvvisamente la mia realtà quotidiana e quella della società italiana mi sono apparse frutto di una finzione non più percepita come tale.

Nel film, le donne ricorrono a quel modello ipocrita, ma lo praticano come un gioco che come tale può essere continuato o sospeso, mentre il protagonista maschile e, io dico, per estensione la cultura maschile non riescono a fare questa distinzione e restano imprigionati nel ruolo, credendoci fino in fondo.

La società patriarcale chiede agli uomini, come fosse un destino di tutto il genere, di inscenare molte, troppe rappresentazioni prive di sostanza e, per paura di essere esclusi dal consesso del proprio genere, molti uomini acriticamente eseguono. Il costante pavoneggiarsi per il bisogno di riconoscimento diviene incessante competizione, ma i castelli di carta di questi vissuti fiabeschi cadono innanzi al soffio vitale del femminismo.

Come il protagonista di Reality, molti uomini scelgono la finzione ed ergono i muri dei loro castellucci infantili, ovvero, alzano ancora una volta il conflitto col femminile.

Il film non lascia troppo spazio per pensarsi al sicuro da tale atteggiamento, infatti include anche chi compie il bene e lo fa per una ricompensa: umana o divina non cambia, comunque, si atteggia per interesse! Non a caso Garrone chiama ad interpretare il ruolo centrale un ergastolano. Chi meglio di una persona che ha dichiarato di non essere “lui a rientrare in carcere allo scadere del permesso, ma solo il suo corpo” può esprimere con forza la voluta naturalizzazione di una scissione, il bisogno di credere in un mondo illusorio fatto dagli uomini per gli uomini. Quando un uomo dopo lungo errare si rende conto che la sua vita ruota attorno ad un’illusione e che quindi non è centrata sui bisogni più importanti, avrà il coraggio e le capacità di buttare tutto e ricominciare da sé? Strappati a noi stessi con violenza dallo stereotipo maschile, per paura ci aggrappiamo a un sogno: questo pensiero, mentre la telecamera di Garrone insiste nel vuoto cielo notturno finale, mi ha colpito come un pugno allo stomaco. Un sussulto grazie al quale forse non finirò come il protagonista.

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