UNA DONNA AL MESE – XXD 12

Io, Maria Mies, penso che la storia de La prospettiva della sussistenza ebbe inizio con mia madre. La ricerca della sussistenza comporta, inevitabilmente, il riconoscimento della fitta rete di interconnessioni tra la propria vita e la Storia. Quando mi chiesi da dove cominciare questa retrospettiva, mi ricordai di mia madre e della sua scrofa. In suo onore, vorrei raccontarvi questa storia. Era il febbraio dell’anno 1945. Non mancava molto alla fine della guerra. I miei genitori erano contadini e il nostro paese era nei pressi del fronte occidentale, vicino all’altopiano di Eifel. Cinque dei miei fratelli erano soldati, in qualche località a est. In quel periodo i soldati dell’esercito tedesco, logori e infestati dai pidocchi, ritornarono da ovest in cerca di un po’ di calore e di cibo offerto dai contadini. Tutte le sere mia madre preparava una pentola di zuppa di latte e bolliva le patate con la buccia. Tutte le sere i soldati sedevano al nostro tavolo con noi. La gente ormai aveva perso la speranza. Gran parte dei contadini macellava mucche e maiali e non si preoccupava né di arare né di seminare. Tutti attendevano la fine della guerra e non speravano in un futuro oltre quella fine. All’epoca mia madre portò la scrofa dal verro in un paese vicino poiché l’allevamento dei maiali e dei maialini era una faccenda da donne, oltre che una fonte di reddito. I vicini la derisero, dicendo che avrebbe dovuto macellare il maiale. Non si rendeva conto che ormai tutto stava per finire? Mia madre rispose “La vita continua”. Forse disse addirittura “La vita deve andare avanti!”. Portò la scrofa dal verro e alla fine di maggio, dopo che la guerra era finita, la scrofa ebbe dodici maialini. Nessuno aveva maiali, vitelli e puledri giovani. Poiché il denaro aveva perso valore, mia madre scambiava i maialini in cambio di scarpe, pantaloni, maglie e giacche per i suoi cinque figli, che erano tornati uno dopo l’altro dalla guerra. La vita andò avanti, ma fece tutto da sé ? Mia madre non decise di sedersi e dire “La vita andrà avanti” o, da brava contadina cristiana, “Il Signore provvederà per noi”. Lei sapeva che doveva agire e cooperare con la natura – solo così la vita avrebbe potuto continuare il suo corso. Questo è quanto continuava a ripetere: la vita deve andare avanti. Questo era il suo desiderio, la sua passione, la sua gioia che mai l’avrebbe abbandonata. Mia madre non era una femminista e non conosceva nemmeno la parola ecologia ma aveva intuito un qualcosa di cui oggigiorno abbiamo un grande bisogno, al pari del pane quotidiano, ovvero il dover rendersi responsabili della vita se vogliamo che essa continui. Le crescenti catastrofi ecologiche ci insegnano che la moderna società industriale distrugge, con la sua ricerca implacabile di un sempre maggior numero di beni e denaro, la capacità della natura di rigenerarsi, finché essa sarà novembre 2011 35 totalmente esaurita. Ciò si può applicare sia alla vita dell’uomo, in particolare a donne e bambini, che alla natura “non umana”. Donne, donne come mia madre, si sono addossate questa responsabilità nella vita quotidiana, in particolare dopo le guerre e altre catastrofi. La vita deve andare avanti per le figlie, i figli, i mariti e la natura. Queste donne hanno ripulito il mondo dalle guerre che gli uomini avevano intrapreso contro la natura e popoli stranieri. Per noi femministe la prospettiva di sussistenza, comunque, assume un significato che riguarda non solo il proseguimento della vita dopo le guerre patriarcali, ma anche che queste non si verifichino mai più. (“Mia madre e la scrofa. La vita deve andare avanti”, tratto da The substistence perspective. Beyond the globalised economy, di Veronika Bennholdt-Thomsen e Maria Mies, Zed Books-Spinifex Press 1999, pp.9-10.

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