UNA DONNA AL MESE – XXD 9

La parola “contesto” etimologicamente deriva dal verbo tessere. Come Penelope, è il contesto della mia vita che tesse e disfa il filo della mia identità sessuale. Mi ricordo di essere sempre stata consapevole di essere diversa dagli altri. Sembra che tutte le mie esperienze siano state diverse da quelle della massa e mi sono sempre sentita un’esclusa, ovunque io fossi. Probabilmente, nella mia vita, quella sessuale è stata una parte forte della mia identità, anche se la mia femminilità era problematica. Sono nata nel Quebec, in Canada, negli anni ’70, in un ambiente di spiriti liberi, femminista. Entrambi i miei genitori erano intellettuali anticonformisti e mi hanno incoraggiato a sviluppare una forte curiosità nei confronti della vita e della gente. I principi che hanno guidato la mia infanzia sono stati l’autonomia, l’indipendenza, l’integrità e il coraggio. Vivevamo in campagna, e probabilmente io non sono stata la studentessa ideale per gli insegnanti della mia scuola elementare, che non era l’ambiente ideale per me. Non ero un tipo silenzioso, tranquillo, non ero una pecora. Volevo capire. In quel momento ho iniziato a percepire che ero in qualche modo diversa e che avrei dovuto essere forte e fiduciosa, indipendente. Non fraintendetemi, avevo degli amici, ero una ragazza socievole. Ma non riuscivo a uniformarmi ed ero pesante, per la mia età, perché provavo un immenso piacere ad andare in fondo alle cose. Quindi, quando le altre ragazze hanno iniziato a parlare di ragazzi, ridacchiare e discutere le loro strategie, io non capivo. Preferivo giocare con i ragazzi. Comunque, come ho detto, la mia femminilità era problematica. A casa, essere autentici era la cosa più importante: non importava il genere, non importavano le scelte, fintantoché noi fossimo rimasti autentici. Quindi ero fiera di essere una ragazza e sicura di ciò che ero dal punto di vista intellettuale. Tenevano in conto il mio intelletto e il mio codice morale, ma per quel che riguardava il mio corpo e le mie emozioni era un’altra storia. La femminilità a casa era svalutata. Così i miei capelli erano corti, come quelli di un ragazzo; era più pratico. Ero troppo goffa per portare colori chiari o stoffe delicate, sicuramente le avrei macchiate o strappate. Il trucco era per le puttane. Femminilità voleva dire superficialità. A casa di amiche, ricordo di aver scoperto lo smalto, i nastri da mettere nei capelli, il rossetto rosso e una quantità di ombretti e di aver sognato che fosse così anche a casa. Ma erano considerazioni superficiali, bisogna essere apprezzati per ciò che si è, ossia per le proprie azioni. Così, da bambina, con i capelli corti, troppe domande, senza capire gli ambienti femminili, il ridacchiare e il pianificare, giocavo a pallone con i bambini e a volte lottavo anche per stabilire quanto fossi coraggiosa, nonostante fossi una ragazza. Forse, penso, non sono stata cresciuta né come una ragazza né come un ragazzo. Per questo non sono stata femminile fino a 16 anni, un’età di tantissime scoperte. Per me è stato come scoprire una droga: ne ho abusato, con la mia natura tipicamente eccessiva. Ero una teenager che giocava a fare la donna. Mi sentivo come il brutto anatroccolo che si guarda allo specchio, sorprendendosi di trovare un cigno. 36 luglio – agosto 2011 Ora che potevo avere un corpo, intendevo entrarne in possesso e usarlo. Mettere la mia mente in un corpo da cui potevo ricavare piacere mi faceva sentire potente. Però, non era abbastanza; volevo l’esperienza-donna completa. A 18 anni ho scoperto di essere incinta. Ho abbandonato il mio studio della musica, estasiata dal vivere quella che mi sembrava fosse l’esperienza più importante della femminilità. Mi sono anche sposata. Per me è stato un momento di felicità estrema, abitavo pienamente il mio corpo e avevo abbandonato l’infanzia nella fretta di avere un bambino. È stato improvviso perché, anche se stavo giocando a fare la donna, ora avrei dovuto esserlo. La mia famiglia, in larga parte, apprese la notizia con orrore: avrei avuto un bambino, cosa sarebbe successo a me, al mio futuro, alla mia carriera? Fu un modo brutale di diventare donna! Spesso avevo fame, i soldi erano pochi ed ero terrorizzata, ma era quello che avevo scelto: vivere quello che mi era stato rifiutato fino a quel momento. Tre anni dopo ebbi una seconda figlia e durante quella gravidanza decisi di prendermi una laurea breve e allo stesso tempo di lavorare per portare il cibo a tavola, avendo anche un bambino di due anni di cui prendermi cura. Per me, essere una donna voleva dire essere una superdonna: dovevo fare tutto, e farlo perfettamente. Quando le mie figlie avevano 7 e 4 anni, il loro padre e io abbiamo divorziato. Il divorzio mi ha costretto a rivalutare chi fossi e cosa avessi abbandonato. L’individuo, la donna, non esisteva molto, a questo punto. Sì, ero stata una moglie e una madre e mi ero dedicata completamente a questi compiti; ma la donna, chi era? Lentamente, la crisi d’identità mi portò a una ricerca spirituale. Chi ero? Chi avrei dovuto diventare? Se il mio matrimonio era stato un fallimento, se ero costretta a vivere come una madre single, se avevo cancellato la donna dentro di me, in questo momento la mia identità era fortemente in dubbio. Ma, come in ogni crisi profonda, alla fine arriva la primavera, l’alba, la rinascita. La superdonna morì per lasciar vivere una semplice donna. La mia fame di risposte, di pace interiore, di equilibrio mi ha portato, due anni fa, a convertirmi all’Islam. Questo, naturalmente, influenza immensamente la mia femminilità. Vorrei così tanto poter far luce sulle cosiddette donne musulmane oppresse. Ok, io non ne sono la tipica rappresentante. Io ho scelto l’Islam e sono sempre la stessa persona: femminista, uno spirito libero, indipendente. La mia personalità e io mio modo di affrontare la vita sono gli stessi. Però, l’Islam ha cambiato il mio aspetto. Io scelgo di vestirmi con modestia. Non vuol dire che debba essere sciatta. Vuol dire che mi concentro più sulla mia personalità che sul mio aspetto. In questo, mi trovo molto libera. Mi sento liberata, in larga parte, dallo sguardo impietoso che rivolgevo a me stessa. In questo modo posso trovare un certo equilibrio tra l’essere privata della femminilità, che ancora amo e proteggo, e essere luglio – agosto 2011 37 la schiava di un desiderio disperato di essere desiderata, la schiava del mio stesso sguardo, in veri tà molto crudele. Eventi traumatici mi hanno portato a crescere le mie figlie completamente da sola e anche a fare quello che gli dico sempre: niente è impossibile. Ho viaggiato dal Canada al Regno Unito per prendere una laurea specialistica. Ancora una volta, non è stata una scelta facile: l’esilio, l’isolamento e nessuna tregua con le ragazze. Ma sto realizzando un sogno. Può essere insensato per alcuni, ma non per me. Soprattutto ora, sento che la mia identità è molto fluida e frammentata. Sono nata in Quebec, ora vivo nel Regno Unito ma non so dove sarò tra qualche mese. Io vivo la mia spiritualità a un livello molto privato, così non percepisco un forte senso di appartenenza neanche in questo caso. La mia esperienza di vita mi fa pensare fortemente che l’identità sessuale è un costrutto. Le nostre esperienze danno forma alla nostra interpretazione di noi stessi e, di rimando, questa dà forma alle nostre esperienze. Io sono nata femmina, sono stata cresciuta secondo la concezione dei ruoli di genere che avevano i miei genitori. Ora, che ho più o meno 35 anni, voglio vivere una donnità libera, liberata da quello che mi è stato detto avrebbe dovuto essere. Io tesso e disfo la mia identità, adattandola al fluire della vita, ma quello che davvero voglio fare è restare fedele a me stessa, nonostante la sensazione di essere un’eterna outsider, e tessere una trama coerente.

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