UNA DONNA AL MESE – XXD 13

Sono stata una di quelle bambine che hanno avuto la “fortuna” di sviluppare, come si diceva ai miei tempi, a dieci anni. Questo ha voluto dire che, mentre le mie coetanee correvano e giocavano, io stavo seduta in una pozza del mio sangue, con il mal di pancia, il sudore puzzolente di chi sta soffrendo ed è in preda a una tempesta ormonale e una seconda di seno che mi rendeva quella che ora chiamerebbero una jail bait. Come primo incontro con la pubertà, niente male. Anni dopo, alle medie, quando le mie coetanee non vedevano l’ora di avere il menarca che le avrebbe rese, nell’organo minuscono contenuto tra le loro orecchie, “donne”, io e loro ci guardavamo con disprezzo reciproco: non capivo, e tutt’ora non capisco, come si possa gioire di qualcosa che, nel migliore dei casi, è un incomodo e che sempre e comunque ti rende suscettibile al pericolo di avere bambini. Soprattutto, forse proprio perché ho avuto il primo ciclo quando ero totalmente ignorante e inconsapevole sessualmente, non ho mai collegato quel sangue marcio che mi colava in mezzo alle gambe (o la terrificante possibilità di restare incinta) all’attraente idea di femminilità, che ho sempre identificato con un’immagine curata, abiti lussosi, scarpe col tacco e colori da pastrugnarsi in faccia. Insomma, una completa scissione tra sesso biologico e genere. La mia famiglia, dati gli anni 70, mi ha dato un’impostazione femminista ondivaga, alternando il nuovo paradigma della donna indipendente, istruita e impegnata, alle paure di mia madre che la bambina sfuggisse al suo controllo e alla contraddizione paterna che mi voleva attivista politica e mi mandava a comprarmi qualcosa di carino ogni qual volta i discorsi diventavano troppo difficili per la pupa. Per anni ho avuto gran collezioni di scarpe e borse, che a tutt’oggi non ho ancora esaurito. Un’altra lezione che ho imparato prestissimo è stata che la colpa è sempre della vittima. Bambina tettuta, un bel giorno il maniaco di turno ha iniziato a strusciarmisi contro in metropolitana e io non ho reagito, ingenuamente pensando che la frizione fosse dovuta a uno di quei momenti di affollamento del mezzo pubblico che rendono possibile inspirare solo quando il tuo vicino espira. (Abbiate pietà, avevo 12 anni a dir tanto!). Mia madre, accortasi di tutto, mi ha incolpato del fatto che non avessi notato niente, senza spiegarmi cosa avrei dovuto notare. Ci ho messo anni a capirlo e a capire il fatto che, magari, io non avevo colpa se non del fatto di esistere. Comunque, da quel giorno, il vestitino rosso con quadretti vichy, che mi stava così bene e mi piaceva tanto, è sparito dal mio guardaroba. Insomma, la colpa era mia e di come mi vestivo. Da allora, la situazione non è cambiata di un centimetro: sia per il mio aspetto, sia per i maniaci. Dopo un po’, in qualunque consesso femminile alternativocentrosocialinidisinistrafemmini sta, c’è sempre un gruppetto di donne che mi guardano e fanno: “Ma come ti vesti? Ma dove devi andare, vestita così?”. I primi tempi restavo delusa e mi arrabbiavo, come è possibile che gente che dovrebbe essere anche più consapevole di me ricada nel vecchio paradigma che donnaconlagonna= alla ricerca di stupro? Possibile che anche queste donne non riescano a uscire dal conformismo che vuole l’impegno politico associato a un’uniformità e, soprattutto, un’uniforme “alternativa”? Adesso sorrido con aria scema per farle contente (“spread a little happiness” è sempre un buon motto) e frequento solo gente che non mi giudica in base al mio abitino vintage giallo, che arriva a capire che una singola donna può, contemporaneamente, indossare una gonna coi tacchi, truccarsi, abbinare la borsa al colore dello smalto, andare così vestita in manifestazione, perché magari ha due neuroni che si parlano e provare ribrezzo nei confronti dei bambini e degli orsetti rosa, perché questa donna è una persona e non uno stereotipo ambulante. Per quanto riguarda gli uomini, come dicevo, anche qua niente è cambiato. Anzi no, la tecnologia ha migliorato le mie condizioni di vita. Ora posso uscire armata di lettore di mp3, così non sento i commenti di chi si crede di avere il diritto di comunicarmi le sue fantasie sessuali in curati dettagli, arrogandosi il diritto di interrompere i miei pensieri (che chiaramente, essendo quelli di una donna, pardon, figa ambulante, sono irrilevanti). Quelli che si rendono conto che non li sento, interrompono il mio andare e mi si parano davanti perché non posso ignorare i loro insulti, è come se avessero paura di non esistere, altrimenti. E no, non vivo in un borgo dello stereotipico sud rimasto fermo agli anni 50, vivrei, in teoria, in una grande città del nord (ah ah ah!). Da queste formative esperienze ho sviluppato la convinzione che gli italiani ce l’abbiano con i musulmani perché hanno quello che loro vorrebbero ma che qui ormai è illegale o quantomeno apparentemente biasimevole: il completo controllo sul corpo della donna (la mente? quale mente?). La possibilità di poterne fare l’uso che vogliono quando vogliono. Insomma, proiettano sugli infedeli le proprie fantasie di controllo sessista. E quindi, cosa vuol dire essere femmina? Se si vive la posizione consapevolmente, per me, allo stato delle cose, vuol sostanzialmente dire fare una vita dimmmerda, ma si sa che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”. Le altre, per favore, si levassero di torno, che io ho da fare, fosse pure shopping mentre marcio col tacco 12 circondata da drag queen durante il Pride.

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