La violenza infanga solo chi la fa: coming out day

di Sophie Brunodet

piccolo_logo comingIn occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, indetta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999 – ma recepita e celebrata in Italia solo a partire dal 2005 per iniziativa di centri antiviolenza e di case delle donne, e solamente negli ultimi anni accolta e onorata più trasversalmente da differenti realtà sociali e dalle istituzioni – qualche giorno fa, nel cuore di Torino, si è ascoltata la voce di donne che hanno subito violenza. Il Centro studi e documentazione pensiero femminile e la redazione di XXD rivista di varia donnità hanno portato in piazza Castello sabato 23 novembre 2013 un’iniziativa molto forte e significativa, che è stata accolta e rilanciata da diverse associazioni, cooperative, coordinamenti, con l’obiettivo di poter ripetere ed estendere l’esperienza in futuro, in varie città d’Italia.

Mi racconto perché non voglio essere raccontata”

“Nessuna colpa, nessuna vergogna” è il grido di battaglia dell’iniziativa che si oppone ai cliché tradizionali che fanno della donna una pura vittima impotente, nonché sempre in una certa misura corresponsabile della violenza subita, e della vittima una persona priva di forza e di voce. Dimostrando grande carica e coraggio, le donne presenti in piazza hanno fatto un importante passo verso la rottura della spirale del silenzio che troppo spesso e per lo più avvolge i casi di violenza e frantuma la voce di chi l’ha subita per la paura di ritorsioni, certo, ma anche per la vergogna di rendere pubblico qualcosa di intimo e di sconveniente, per il quale spesso si viene giudicate complici, responsabili e sporche. Se il coming out – la pratica di affermare pubblicamente verità private e scomode per chi le asserisce, ma anche per la società che le riceve – è una prassi politica già utilizzata nella lotta per il riconoscimento del diritto d’aborto negli anni Settanta e nelle battaglie contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale ogni giorno, sabato tale strategia è stata portata in piazza da donne più o meno giovani che hanno subito violenza nella loro vita, contrastando l’idea secondo la quale affermare ciò che si è subito sia pernicioso per la dignità della vittima; riconoscendo il legame di complicità esistente tra “silenzio”, “vergogna” e “violenza”; asserendo tutte assieme e a gran voce che “siamo sopravvissute” e “non tocca a noi vergognarci”.

L’85 percento delle violenze subite dalle donne avviene all’interno di rapporti sentimentali

In Italia dal primo gennaio al 25 novembre 2013 sono state uccise 128 donne tra i 15 e i 90 anni, denuncia il Telefono rosa. Secondo la ricerca Istat del 2006 denominata “La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia” ogni tre giorni in Italia un uomo uccide una donna; ogni sette minuti un uomo stupra o tenta di stuprare una donna; le donne che nel nostro paese subiscono violenza sono più di sei milioni. E se in generale il numero di uccisioni di uomini da parte di uomini è in diminuzione, è costante quello delle donne da parte di uomini ed è in aumento il numero di violenze e morti che avvengono nel contesto di relazioni affettive. Ancora, secondo l’ultimo rapporto presentato dall’Oms, dal nome “Stime globali e regionali della violenza contro donne” nell’arco della vita ben sette donne su dieci nel mondo subiscono violenza, spesso in paesi che non considerano questo un reato, e un quarto delle donne europee subiscono una violenza fisica o sessuale dal proprio partner.

Di fronte a cifre come queste non si può rimanere in silenzio né si può evitare di parlare di “femminicidio” e di violenza di genere, quotidiana e diffusa più di quanto il perbenismo faccia riconoscere. Infatti, non si tratta di singoli casi isolati né di fatti riconducibili a un ambiente, una religione, una cultura, una nazionalità precisi. Quello di cui si sta parlando è la più diffusa forma di violenza al mondo, perpetrata ai danni delle donne in quanto donne, da uomini che solo in alcuni casi sono pazzi, malati, delinquenti che si ha avuto la sfortunata coincidenza di incontrare. La maggior parte delle volte, in realtà, gli uomini violenti e assassini sono padri, mariti, fratelli, cugini, conoscenti che vivono o frequentano le nostre case. Quel focolare domestico così assiduamente decantato nel nostro paese tanto dalla morale pubblica quanto dai media e dalla politica, risulta essere, in realtà, il teatro di osceni delitti, psicologici e fisici, contro le donne. Scelleratezze di cui vittime sono le donne, ma che non è, e non si può continuare a ritenerlo tale, un problema di genere. È una vergogna – questa sì che lo è! – che riguarda tutti: tanto gli uomini quanto le donne devono aprire gli occhi e farsi carico delle proprie responsabilità nel perpetrare modelli di comportamente e aspettative sociali sessiste, maschiliste, violente.

Stai più attenta la prossima volta”

La violenza contro le donne non è né una rarità né un problema di ordine pubblico, bensì è un fatto culturale, trasversale alla società e fortemente radicato nella famiglia, uno dei luoghi principali attraverso cui passa la socializzazione primaria, ovvero in cui si trasmettono e si fissano modalità di comportamento, scale di valori, usi e consuetudini ispirate dall’ambiente sociale esterno. Si pensi alla assuefazione generale rispetto alla mercificazione di corpi nudi femminili fatta da parte dei media; all’inerzia con cui si accettano i motti di spirito volgari con oggetto le donne fatte da politici, uomini dello spettacolo, baristi o vicini di casa, piuttosto che le frasi del tipo “non sta bene fare così per una ragazza” oppure “sei sicura che sia il caso di uscire da sola” o ancora “beh, con quella gonna lì però…”. È parte naturale del lavoro di una cameriera essere baccagliata, e magari anche sfiorata, mentre passa col vassoio; è normale per una donna ascoltare commenti osceni mentre passeggia o inforca la bicicletta; è scontato che una donna che voglia essere presa sul serio debba coprire il proprio corpo ed è comprensibile che il proprio compagno sia geloso dell’aspetto e degli atteggiamenti della sua compagna, invitandola alla moderazione per difendere il proprio onore e la propria virilità. Questi sono solo alcuni esempi di una rovinosa mentalità diffusa: condivisa e tramandata tanto da uomini quanto da donne, che fa delle donne facili bersagli di violenza in generale, ma sopratutto, tragicamente, nella propria cerchia famigliare.

La violenza è anche mischiata all’affetto: le sfumature sono tante”

Nonostante si abbia l’abitudine di pensare differentemente, nel mondo non esistono dicotomie nette che permettano di distinguere inequivocabilmente il bianco dal nero, il buono dal cattivo, la vittima dal carnefice. La sua realtà, i fatti della vita e i suoi protagonisti son ben più complessi, variabili, e colmi di sfumature di quanto ogni dottrina, dogma, morale, politica o consuetudine voglia farci credere. Spesso la violenza non è una realtà a parte rispetto all’amore e il dito accusatorio non è indirizzabile inequivocabilmente contro qualcuno soltanto: in verità siamo tutti, donne e uomini, complici di un sistema di valori e modelli di comportamenti discriminatorio. Per questo, bisogna riconoscere quanto sia sbrigativo e semplicistico attribuire ruoli, definire una volta per tutte parti precise recitabili da chicchessia; quanto sia arrogante e sgarbato pretendere di poter capire e spiegare sempre e comunque eventi che sono personali, unici e irripetibili; quanto sia paternalistico esigere di dare risposte e protezioni a chi viene giudicato incapace di farlo anche da sé; quanto sia omertoso tacere fatti scomodi e ingombranti della vita di singole persone o di intere categorie.

Mi riprendo lo sguardo fiero di quando ero bambina”

Ebbene, la voce delle donne che sabato hanno preso parola in prima persona, davanti a un buon gruppo di uomini e donne, giovani e vecchi, interessati, curiosi e passanti, testimoniando le violenze da loro subite da parte di padri, cugini, cognati, datori di lavoro, insegnanti ecc. ha rappresentato un importante e forte momento di verità che ha sollevato, almeno per un momento, il pesante, polveroso e colpevole telo del silenzio steso sulla realtà della violenza di genere: come asserito dalle organizzatrici “ogni volta che unite e forti denunceremo in una piazza la nostra storia toglieremo forza ad ogni forma di violenza con la quale ci vogliono annientare”.

Be Sociable, Share!
This entry was posted in antiviolenza, articoli and tagged , , , , , . Bookmark the permalink.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *