UNA DONNA AL MESE – XXD 4

Mi chiamo Rita, ormai ho più di quarant’anni, un sacco di denti devitalizzati e occhiaie permanenti. La mezza età è quando ti svegli già mezza distrutta e pensi sempre che domani ti sentirai meglio. Però una volta ogni tanto ce la faccio ancora a svegliarmi e a pensare: ah, oggi sto proprio bene. Questo, credo, a prescindere se sei maschio o se sei femmina. Mi sono accorta presto di esser femmina, i miei ricordi risalgono all’asilo, ma con tutto l’ambaradan dei fiocchi rosa e dei vestitini e dei capelli semilunghi credo che questa consapevolezza mi sia stata comunicata già dalle prime parole che ho ascoltato cominciando a comprenderle, con le desinenze che cambiano e tutti ti correggono se le sbagli. Perché è una cosa importantissima, è il tuo posto nel mondo. E così devo aver afferrato subito che se ti declini con una “a” vieni al secondo posto rispetto a quelli che si declinano con una “o”. Altre possibilità non ce ne sono, anche se poi al liceo in un’altra classe c’era qualcuno di cui non si sapeva per certo se fosse maschio o femmina. Ma allora pensavo: vivi e lascia vivere, e non mi interessava poi in modo così pressante sapere il come e il perché di quell’ambiguità. E dunque ancora adesso non so proprio chi fosse, chissà, uno dei famosi intersessuati magari, senza chirurgia “correttiva” che allora probabilmente non usava, o ancora non stava nei protocolli medici. Invece mi interessavano un sacco le lesbiche, le donne mascoline come me. Me ne innamoravo, le desideravo, mostravo anche io la mia diversità con giacche da uomo, capelli corti e gilet. Ma torniamo all’asilo, perché la domanda che mi avete fatto era su quando mi sono accorta di essere femmina, e che cosa ha significato per me. C’è un sottile filo conduttore tra le due cose, tra quei vestitini imposti – che non mi piacevano – e i capelli a spazzola della mia adolescenza. Perché scoprire di essere femmina per me ha significato scoprire l’inferiorità iscritta nel mio destino. Significava non poter essere esploratore, marinaio, comandante, cowboy, nemmeno pirata. Significava che dovevo essere la fidanzata di, la moglie di, meglio di tutto la mamma di. Tutto questo me lo ricordo molto chiaramente, ambientato all’asilo, quindi verso i miei quattro anni. Allora ho deciso l’unica cosa sensata da fare per non dovermi considerare una perdente fin dall’inizio della mia vita: anche se tutti mi trattavano da femmina, io ero in realtà un maschio. Non me n’è mai importato nulla degli attributi fisici della mascolinità, non ho mai fatto, come qualche mia amica che me lo ha confessato da grande, pipì attraverso il tubo della carta igienica o allucinato un pene dentro le mie mutande. Ma facevo le cose che facevano i maschi: giocare a calcio, arrampicarmi sugli alberi, sputare, dire parolacce, ma solo se non c’erano adulti vicino che se ne sarebbero scandalizzati. Mai saltare alla corda o parlare di vestiti e scarpe – o di qualunque altra cosa le femmine parlassero tra loro: io non c’ero. E, naturalmente, ammirare le belle ragazze e innamorarmene. All’asilo ricordo di aver voluto fidanzarmi con una bimba (non ne ricordo nemmeno il nome), conosciuta lì. E alle elementari me ne piaceva un’altra, con un nome esotico come Luana. Pensavo moltissimo a lei e mi emozionava. Ci pensavo soprattutto impersonando un altro ragazzino della scuola, che ammiravo per la sua mascolinità – decisamente più sviluppata della mia, persino nel nome spagnoleggiante, che evocava baffi, avventure e identità segrete: Diego. Ma non mi dispiaceva più di tanto quando mi sentivo chiamare maschiaccio. La gente non lo faceva con un’intenzione buona, credo che volessero più che altro intimidirmi, rimettermi al mio posto con il potere di un insulto. E invece l’insulto mi suonava come una conferma, la parolaccia risultava gradita. Era il segno della riuscita del mio atto di volontà di non volere essere una femmina, di non dovere rimanere nell’ombra, di potere andare per il mondo scegliendo il mio destino da protagonista. La parola della mia libertà.

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