RIPOSIZIONAMENTI SULL’IMPENSABILE

di Natascia de Matteis e Stefania Doglioli (xxd 8, Giugno 2011)

Secondo il Rapporto Italia dell’Eurispes nel biennio 2009-2010, in Italia, si sono registrati 235 omicidi in famiglia. Nel rapporto si legge: le donne che hanno commesso un omicidio, nella cerchia familiare, sono nella maggior parte dei casi madri (8,7%) o figlie (3,2%) delle vittime. Pochi i casi emersi di mogli, sorelle o altri parenti (0,8% in tutti e tre i casi) autrici di omicidi.

Non cifre elevatissime, ma neppure ininfluenti e per la forma più eclatante di violenza, l’omicidio. Se si prova aindagare sulle altre forme di violenza le statistiche a disposizione non ci sono di grande aiuto, ma all’interno degli sportelli antiviolenza le operatrici registrano episodi di violenza tra donne, che non portano però a denuncia nella maggior parte dei casi. La stampa parla sempre più spesso di gang femminili, di casi di bullismo fra ragazze. Racconti scambiati ci fanno capire che stiamo ignorando un fenomeno la cui importanza può assumere diverse valenze.

Nel pensiero “tradizionale” femminista italiano, la violenza tra le donne è un tabù. A partire dalla relazione genealogica madre-figlia, tema indagato ed elaborato, è importante prendersi la forza di ascoltare le donne aggressore e violente senza avere paura per questo di sembrare più deboli nel condannare la violenza degli uomini. Riconosciamoci una violenza che solo se guardata apertamente può essere compresa e meglio definita e magari usata in modi differenti. Il ruolo di vittima è già stato ridiscusso, anche se non tutto ciò che è stato detto è condiviso, quello di aggressora no. La donna violenta è un’entità pressoché sconosciuta e il pensiero su questo tema ci appare piuttosto confuso, ma anche estremamente stimolante.

Al Centro studi e documentazione del pensiero femminile, a Torino, abbiamo compiuto un primo passo per infrangere questo non detto ideando e iniziando un gruppo di lavoro, un collettivo separatista che con continuità e intensità lavora sul tema della violenza infragenere.

E poi  abbiamo provato a generare uno stimolo, gestendo un laboratorio “Violenza tra donne: teorie e narrazioni contro un tabù” al campo lesbico di Agape, con una durata breve (3 giorni) e un gruppo fisso di partecipanti. Una esperienza unica, forse la prima sull’argomento, corposa, che ha generato un incredibile materiale ripreso e ridiscusso al Centro Studi a Torino, e tanti nodi da sciogliere su cui interrogarsi.

Siamo partite dalla rabbia. Quando la rabbia è frustrata si può trasformare in violenza, diretta, invece che sul sistema che l’ha creata, verso le persone che ci stanno accanto attraverso mille forme, verbale, psicologica, fisica. Poi abbiamo dato spazio alle narrazioni del sé, e abbiamo riconosciuto la capacità delle donne di esporsi, non solo come vittime ma anche come aggressore. Abbiamo infine lavorato con degli esercizi fisici per sentire attraverso il corpo il significato dei rapporti di potere e per riconoscerne la forza, l’energia e la positività.

Abbiamo riportato questa esperienza al gruppo e abbiamo osservato paure, entusiasmi, difficoltà, desiderio di continuare questo percorso, emozioni molto più forti di quelle che avremmo potuto immaginare. Questo ci fa pensare di avere toccato un nodo importante e vorremmo poterci confrontare con altri gruppi, altri pensieri, abbiamo già iniziato a parlarne, abbiamo invitato chi ha lavorato su temi che incrociano il nostro lavoro, inviteremo altr*.

Quello che ci smuove è iniziare a elaborare un pensiero femminista sul tema della violenza di genere femminile, quella agita dalle donne non contro il sistema ma all’interno di relazioni affettive (intese in senso ampio). Non facciamo riferimento alla positività della “violenza a fini di giustizia” di combattenti, militanti, etc, ci stimola invece da un punto di vista politico, riconoscere, definire, raccontare le dinamiche violente nelle relazioni tra donne (coppie, parenti, colleghe, compagne di movimenti di femministe e lesbiche…). Pettegolezzo, manipolazione, esclusione, botte, questo è parte di quello che è emerso sia dai racconti del gruppo a Torino, che dalle parole delle partecipanti al laboratorio nei tre giorni ad Agape, in qualità di aggredite e aggressore.

Siamo femministe e militanti, nella pratica quotidiana e collettiva resistiamo alla cultura maschilista e patriarcale, eredi del femminismo incarnato dalle donne, che agiamo con pratiche consolidate e rielaborate per forza di cose. Da un lato, la precarietà, gli spostamenti continui anche fisici di luoghi e movimenti, la lotta per diritti già conquistati ma sempre in bilico di sopravvivenza, brucia tante energie, dall’altro siamo volontariamente obbligate a ripensare teorie e pratiche femministe.

La violenza di genere, per esempio, quella che ci impegna senza sosta a gridare basta contro la legittimazione culturale e normativa delle violenze agite dal genere maschile, quella che oggi sempre più ci stimola a lavorare con i maltrattanti, l’abbiamo concettualmente presa, spostata, mossa, e ci siamo dette che anche qui abbiamo voglia di prenderci cura di noi donne, lasciando agli uomini che stanno ridefinendo il genere maschile (Il cerchio degli uomini, Maschile plurale, Uomini in cammino) il lavoro grosso di elaborazione delle violenze che gli uomini agiscono.

Occupiamoci delle donne, non solo come vittime, ma come agenti di comportamenti che implicano una interiorizzazione sia della violenza subita che della cultura eteronormata.

Parliamo di violenza infragenere, della crudeltà che c’è nella relazione idealmente paritaria tra donne, ma che riproduce spesso sistemi di potere con cui ci siamo più volte confrontate ma che non abbiamo mai sciolto nella nostra quotidianità di relazione. Proviamo a definirla, con l’aspettativa di elaborare un pensiero condiviso e un linguaggio comune delle donne sulle e per le donne.

 

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