UN’ABBUFFATA DI CINEMA LESBICO E NON

di Elisa Coco. (xxd 10, settembre 2011)
DAL 22 AL 25 SETTEMBRE TORNA A BOLOGNA SOME PREFER CAKE, IL FESTIVAL INTERNAZIONALE DIRETTO DA LUKI MASSA CHE PROPONE FILM E DOCUMENTARI A TEMATICA LESBICA E FEMMINISTA DA TUTTO IL MONDO
Celebrare la ricchezza del cinema lesbico e femminista. Questo l’intento di Some Prefer Cake, unico in Italia, tra i festival cinematografici LGBTQ, a occuparsi esclusivamente di cinema delle donne. Dribblando abilmente tra il vittimismo e la normalizzazione, registri retorici e immaginari in cui si rischia troppo spesso di rimanere intrappolate, il festival seleziona decine di film della cinematografia lesbica e femminista. Una cernita fatta tra i lungometraggi prodotti internazionalmente ogni anno e tra quelli realizzati da tempo ma mai resi accessibili al pubblico nostrano, accogliendo anche opere dedicate a riflessioni sul genere e alle lotte e alle protagoniste dei movimenti femministi. La quinta edizione si svolgerà dal 22 al 25 settembre al Nuovo Cinema Nosadella di Bologna, con un tema che intreccia il cinema e gli altri linguaggi dell’espressione creativa. Per la letteratura si tratta soprattutto di trasposizioni cinematografiche o televisive di opere letterarie (di autrici come Jeannette Winterson e Sarah Waters), con l’eccezione di Daphne, che della scrittrice non racconta l’opera bensì la vita: Daphne du Maurier, autrice di numerosi romanzi, tra cui Rebecca, da cui Hitchcock trasse l’omonimo film. Per la musica il festival propone una suggestiva ricerca sulle protagoniste della Harlem Renaissance e su tutte le musiciste che, in varie epoche, si travestivano da uomini per poter suonare in pubblico e cantare le donne e l’amore lesbico. A questo proposito sono da citare i due documentari International Sweethearts of Rhythm, sulla jazz band femminile che tra la fine degli anni 30 e i primi 40 sfidò le leggi razziali del sud degli Stati Uniti con la sua composizione interrazziale, e Tiny and Ruby: Hell Divin’ Women, ritratto della leggendaria trombettista jazz Tiny Davis e della batterista Ruby Lucas, sua compagna per quarant’anni. Sarà un’occasione incontrarne le autrici, le statunitensi Greta Schiller e Andrea Weiss, tra le più importanti registe lesbiche a livello mondiale, presenti al festival il 24 settembre. Nella sezione arte saranno proiettati i due corti con cui Barbara Hammer, protagonista del cinema sperimentale mondiale, ha vinto la Berlinale 2011, Generations e Maya Deren’s Sink, e due documentari che descrivono esperienze di lotta politica attraverso l’arte. Difficoult love racconta l’attivismo visuale dell’artista lesbica nera sudafricana Zanele Muholi, che ha reso, nella plasticità delle sue fotografie, la carica politica dei corpi: corpi di donne nere, di giovani zulu, di attivisti per i diritti umani, il suo stesso corpo ritratto assieme a quello della sua partner bianca. !Women art Revolution è invece una eccezionale testimonianza del Feminist Art Movement statunitense realizzata da una delle stesse protagoniste, Lynn Hershman Leeson. Il documentario, ospitato in numerosi festival negli Stati Uniti (tra cui il Sundance) e in Europa (Berlinale) e mai proiettato prima in Italia, è il frutto del laborioso montaggio di oltre 1000 ore di girato raccolto in 42 anni: documentazioni inedite, video e decine di interviste ad artiste, curatrici, critiche e storiche dell’arte che raccontano la totale estromissione delle donne dalle istituzioni artistiche, musei, gallerie, riviste, università, libri di testo. Il documentario inizia con brevi interviste a visitatori del Withney Museum di New York e del San Francisco Museum of Modern Art che, alla richiesta di indicare tre artiste donne, non riescono a trovare altri nomi oltre quello di Frida Khalo: Why are there no great women artists? domandava provocatoriamente Linda Nochlin 35 anni prima. Attraverso un movimento continuo avanti e indietro negli anni, il film ricostruisce le battaglie delle donne organizzatesi nel WAR, Women Artists in Revolution, a partire dal 1969, sotto la spinta di Judy Chicago e Nancy Spero: il rapporto con i movimenti per i diritti civili e contro la guerra, i picchetti e le proteste davanti a musei e gallerie, le prime esperienze formative sull’arte femminista, le stanze tutte per sé della Womanhouse a Hollywood, del Women’s Building a Los Angeles, della galleria A.I.R a New York, le riviste di critica femminista Chrysalis e Heresies. Attraverso numerosissime voci !WAR racconta anche l’emergere nel lavoro artistico di temi come l’autocoscienza, il rifiuto dei ruoli tradizionali, l’identità di genere e razziale, la violenza e lo stupro, la sessualità, l’immagine mediatica del femminile. Le lotte delle artiste statunitensi che hanno rivoluzionato l’arte e il pensiero occidentali ci aiutano a riflettere su un altro dei temi che il festival affronta, la questione della patologizzazione e medicalizzazione del piacere femminile operata ormai da anni negli Stati Uniti dalle multinazionali del farmaco, denunciata con intelligente ironia dalla regista Liz Canner in Orgasm Inc.: attraverso la potentissima macchina di realtà che sono i media, sono stati costruiti ad arte una percezione diffusa e il relativo allarme sociale sulle cosiddette disfunzioni sessuali femminili. Il non raggiungimento dell’orgasmo – ma di quale immaginario dell’orgasmo stiamo parlando? Quale la normalità che definisce la dis/funzionalità? – che riguarderebbe secondo uno studio quaranta milioni di donne solo in America, invece di mettere in discussione le relazioni tra i generi, l’eterosessualità obbligatoria, la violenza, la scarsa conoscenza del corpo e del piacere femminili, la mancanza di educazione sessuale, diventa, o piuttosto ritorna ad essere, un problema fisiologico delle donne, da risolvere attraverso cure farmacologiche, ormonali e chirurgiche inutili, invasive e pericolose, fino all’estremo della vaginoplastica, vera e propria mutilazione genitale femminile. Al festival ci sono poi tre sezioni OURstories, ANIMAtion e tHEoRy, riferite al documentario, all’ animazione e alle elaborazioni teoriche su lesbismo e questioni di genere – si pensi al tema genere-corpo e tecnologia affrontato nel documentario con Donna Haraway, in prima italiana, No Gravity o alle riflessioni sul percorso FtM in Guerriller@s. Gli altri film in programma a Some Prefer Cake, oltre alle immancabili storie di amore lesbico, toccano temi come il rapporto tra amicizia e desiderio, la vecchiaia, le relazioni di cura fra donne, i modelli familiari alternativi, la maternità lesbica, la prostituzione tra donne, la visibilità, il rapporto tra genere e tecnologia

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