UNA DONNA AL MESE – XXD 14

Succede spesso che quando da piccolina tiri fuori tutta l’energia femminista, anche se sei una bimba molto normata, vieni definita maschiaccia. Avevo 7 anni e nel paese di origine, sud Italia, capitava spesso che i maschietti a scuola ti palpeggiassero, un giorno nel bagno mentre mi lavavo le mani entra un bulletto e mi mette una mano su quello che io chiamavo normativamente sedere (culo era una bestemmia). Io con uno scatto improvviso gli assesto un calcio facendolo capitolare sul lavandino, setto nasale rotto. Mia madre prima allarmata dalla mia reazione, preoccupata perché avevo preso posizione e avrei destato attenzione, poi sorrise perché mio padre mi definì con ironia una maschiaccia. E io ero felice, mi sembrava di aver ricevuto un riconoscimento, invece era “solo” iniziata la connivenza materna con il “capofamiglia”. Non mi piacevano le gonne e alle elementari calzavo sempre dei pantaloni con gli stivali marroni e striscia gialla (erano gli anni 80). Non mi sedevo come le femmine, diceva sempre la mia prozia “a gambe allargate si siedono i maschi”, e le maschiacce ribattevo io. Poi alle medie inoltrate quando la parola mi sembrava una strategia potente, ogni volta che per strada qualcuno rivolgeva a mia madre (che era davvero bella) qualche frase raccapricciante, io rispondevo urlando. E a casa riprendeva il battibecco tra una madre intimorita dalle reazioni violente che avrei potuto ottenere e il riconoscimento di mio padre che mi aveva fatto credere che proteggere significa amare, sì perché lui era geloso, cioè si prendeva cura di noi, e io da brava maschiaccia avevo preso da lui. Era “solo” iniziata la mia identificazione paterna. Ho una sorella più grande di me di un anno, timida e complessata (ora incazzata e solitaria), mentre io spavalda e amante dell’horror italiano (il mio unico mito maschile era Dario Argento), mi destreggiavo in manifestazioni di amore e protezione continue. Non solo con lei, anche con l’amica e vicina di casa, e loro due ogni volta che andavamo a fare le vasche nella villa comunale, appena vedevano qualche gruppetto rincitrullito di maschietti locali rallentavano il passo e camminavano dietro di me. Ed io fiera iniziavo a far volteggiare la mia cinta borchiata, elemento estetico consentito in famiglia perché faceva parte del mio look dark (e perché ero brava a scuola), senza rendermi conto che l’incredulità era un elemento forte del maschilismo culturale che anche noi femmine stavamo introiettando. Perché in provincia di Foggia non era consentito alle donne rispondere, reagire, difendersi, era talmente vietato che quando succedeva l’incredulità maschile diventava un freno per azioni moleste. Io, vera maschiaccia?, appassionata di pallacanestro, e non pallavolo dove non c’era nessun contatto fisico, poi, quando andavo in bicicletta a raggiungere la palestra nelle primissime ore pomeridiane, nelle deserte vie paesane che ancora profumavano di cibi cotti, mi volevo davvero bene e mi proteggevo urlando bestemmie e prendendo a calci le portiere delle macchine che si aprivano. I miei genitori non sono mai venuti a vedere una partita, anche se ero una fuoriclasse con la proposta di passare nella squadra delle “grandi”, però la cosa che mia madre spesso ricorda è l’immagine di me in bicicletta, con il borsone da un lato, l’ombrello nell’altra mano e una pioggia dirompente, il commento lo immaginate: una vera maschiaccia, uguale a tuo padre, con tanto di sorriso. E poi a carnevale, che allegria, camminare per le

strade, tra maschere e pezzettini di carta colorata, ma nella provincia di Foggia c’era una molesta tradizione maschile, riempire le calze di nylon color carne delle nonne di farina e uova, per renderle dure e pronte ad essere lanciate contro donne ed anziani. La mia strategia era comprare tante bombolette spray e fischietti, equipaggiare le tasche delle amiche e quando alla nostra vista appariva il gruppetto malefico, spruzzare, dividersi, accerchiarli, urlare al ladro, fischiare e colpire. Poi alle superiori, nell’illustre liceo classico con sole tre sezioni (io avevo voluto la C, quella meno in vista), vengo eletta come rappresentante di classe e di istituto, e per la prima volta realizzo l’occupazione del Liceo Classico. Non solo, coinvolgo le altre scuole e indico una mega assemblea nel cinema (che ora non c’è più), con tanto di verve e spirito politico, ottengo applausi e approvazioni. Nella fase organizzativa assembleare, quella fatta di incontri con i rappresentanti tutti rigorosamente maschi delle altre scuole di zona, ho indossato il più grande travestimento della maschiaccia. Soprattutto al geometra e all’industriale dovevo convincere che ero io la rappresentante. Io, che tra insulti e improperi sessisti, vestita di nero, con i capelli lunghi e biondi, e tanta volontà di agire, da femmina li ho fatti capitolare, senza colpi e strumenti, senza setti nasali rotti e bombolette spray. Da piccoletta mi chiamavano maschiaccia, ma ora io lo so che ero e sono femminista.

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