UNA DONNA AL MESE – XXD 11

In prima elementare nel cortile della scuola la maestra ci ha proposto una gara di corsa. Io ho corso più forte che potevo e dietro a me ho lasciato tutta la classe. Ho sempre avuto le gambe lunghe. Però alle mie spalle un bambino si è lamentato con la maestra perché non era giusto che una bambina corresse più dei maschi, che non era normale che la corsa finisse così. Lo stesso accadde quando fu letto in classe il mio riassunto come lavoro esemplare. Un bambino disse che non era possibile che venisse letto solo quello di una bambina, perché non era quello di un maschio il migliore? Non pensavo, allora, che fosse quel bambino ad avere dei problemi. Da quel momento alcune questioni prima senza importanza acquistarono un senso, una spiegazione. Si cominciò a concretizzare dentro di me l’idea che ero nata dalla parte sbagliata, tra le svantaggiate della società, che sarebbe stato meglio essere un maschio. Ho realizzato cosa ci si aspettava da noi nate femmine: dovevi per cortesia esimerti dal fare alcune cose e lasciare correre i maschi. “Cosa farai da grande?” “Studierò finche si può andare a scuola, quale è la classe massima a cui si può arrivare?” “No, l’università no: devi sceglierti uno che ti piace e conquistarlo e poi sposarlo”. “Che lavoro farai da grande?” “L’astronauta” “No, non ci sono astronauti donne. Ha, ha, ha, che bambina stupida,quelle cose non le puoi fare”. Va bene, le farò di nascosto. E ho sempre creduto fermamente che le cose sarebbero cambiate, un giorno. Erano gli inizi degli anni ’70 nel nord d’Italia. Vedevamo le femministe in televisione. Farò di nascosto la femminista allora. E farò le cose da maschio. Poi alle medie ho dovuto arrendermi al fatto che mi crescevano le tette, anche se mi ingobbivo e le nascondevo tra l spalle; ero una femmina, anche se ero alta 1 metro e 70 e portavo già il 40 di scarpe. Ero diversa dai maschi anni luce sia fisicamente che sessualmente, sia come sensibilità che intelligenza. Non era meglio o peggio, era diverso. E decisi che, se era difficile da accettare di essere nata donna, era anche bellissimo da vivere. Proprio così, me lo ricordo ancora, chissà come mi è venuto in mente. Forse perché mi si aprirono le infinite possibilità di divertimento che l’avere due tette e una vulva permetteva. Parlo di masturbazione, ai tempi. Forse avevo cominciato a rendermi conto che se fossi nata maschio non avrei potuto sfuggire alla loro innata predisposizione a fare branco e a competere. Una cosa insopportabile, anche ora. Però adesso le cose sono cambiate. Al contrario di quello che mi dicevano da bambina, ora noi possiamo. Io non sono un’astronauta. Ma magari quando sarò vecchia mi consolerà con il turismo di massa nello spazio, chi può dirlo? Mi sono emozionata quando la prima donna astronauta ha fatto un viaggio spaziale. Invece quando è esploso lo shuttle con la maestra a bordo mi è sembrato quasi un segno dei tempi, anzi degli astri.

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