UNA DONNA AL MESE – XXD 1

Carina ha novant’anni anni, ha visto due guerre mondiali e le profonde trasformazioni della sua Carnia, da luogo di povertà ed emigrazione a regione discretamente prospera, che ha perso la sua vocazione agricola. Ci racconta del suo essere donna tra le montagne del Friuli nel secolo passato – peccato non poter riprodurre il suo dolce accento carnico. Ti faccio qualche domanda sull’essere donna: avresti preferito nascere uomo invece che donna? Eh, sì sì. Cosa vuoi… Secondo te fanno una vita più comoda? Non saprei dire, non so. A casa mia ho avuto una famiglia molto buona, mio papà era bravissimo, un buon uomo, era fedele alla moglie. A noi ragazzi ci insegnava tanto perché lui aveva studiato, era maestro. Era tanto gentile con noi, tanto bravo, mai un discorso con noi, con la mamma. Dio, nelle case son tante cose no… Sai cosa facevano, se c’era qualcosa di traverso loro non si parlavano, lasciavano i biglietti. Se vedevamo un biglietto sulla tavola: ah, oggi è tempesta. Ma poi non era tempesta, erano cose normali in famiglia. Noi si faceva le contadine, si andava in campagna, dopo arrivata di scuola si andava nell’orto a far l’erba. In casa dovevi lavorare appena eri uscita di scuola. Finita la quinta. Dopo eri già un po’ sviluppata, arrivavi a casa e dovevi accendere il fuoco per mettere su la pignatta grande, o dovevi dare da mangiare al maiale, o preparare il biberon per le bestie, dovevi andare nell’orto a prender l’erba che dovevi tagliar dentro. Facevate gli stessi lavori che facevano gli uomini? Gli uomini non andavano in campagna, dei nostri no! Infatti venivano tanti forestieri qui e dicevano ma come mai lavorano tutte le donne? Ma i nostri uomini andavano a lavorare fuori, a portar soldi. La campagna ti rendeva, perché avevi da mangiare. Cioè, se lavoravi avevi, se no non facevi niente. E poi avevamo le bestie nelle stalle, i conigli, le galline, insomma per mangiare non era una miseria di mangiare. Mancavano tante cose importanti, che ci volevano i soldi. Mio fratello andava a scuola a Tolmezzo a piedi. Anche tu andavi alla stessa scuola? No, io sono andata solo in paese, fino alla quinta. Io volevo andare a scuola, ma però dopo è nato un altro fratello. Diceva mio papà: il primo figlio è bravo d’intelligenza, allora bisogna che lo faccia studiare. Invece l’altro fratello non ha voluto studiare, è andato in fabbrica a Tolmezzo. E non ha pensato alle donne. Da noi in paese c’era un brutto vizio. Che dovevano pensare sempre prima ai figli maschi. Le donne se trovavano un uomo [si sposavano], se no ti arrangiavi in campagna e facevi la contadina. Mio fratello dopo per dire il vero era intelligente, era il più bravo della scuola a Tolmezzo e allora il direttore della scuola gli diceva a mio papà cerchi di mandare a scuola questo ragazzo, che se non lo mandi lo rovini. Mio papà diceva ma come faccio, che son sacrifici. Però sacrifici dovevamo farli anche noi a casa, noi lavoravamo, lui non poteva lavorare. Non c’era la corriera ancora quella volta, non c’era la bicicletta che gliel’ha comprata dopo di seconda mano, quindi andava via o a piedi o in bicicletta e se pioveva poi dio ci guardi. Poi ha detto ma non posso lasciare di mandarlo a scuola perché è troppo bravo. E di te cosa dicevano? Eri brava a scuola? Sì, abbastanza brava, quello è vero. Una volta non mettevano nove, dieci, mettevano ‘lodevolissimo’, insomma ero anche contenta. Le proprietà le passavano anche alle figlie femmine? Sì, avevan tutto anche le donne. Non è per quello, ma è che c’erano tre donne che studiavano in tutto il paese. Irene per esempio che era stata in Austria, lei era brava, faceva anche la sarta per la gente, poi 35 ottobre 2010 metteva anche a dormire la gente, li faceva mangiare, se c’era qualche persona importante andava sempre nella sua casa. Lei aveva cambiato ambiente, non era come noi che dovevamo star chiuse a casa. Anche io leggevo, in casa si leggeva sempre, avevo i libri di mio fratello che aveva studiato tanto. E un giornale non mancava mai perché mio padre gli piaceva leggere. Cercava di aiutarci lo stesso anche se eravamo donne, ma non era come adesso, che adesso studiano tutte le ragazze, se uno sta bene… e la campagna: se gli dici sai cos’è la campagna? non sanno neanche dove sono i prati, a dire il vero. Era una grande differenza, ma quella volta erano tutte così, e non c’era da dire ma questa va a scuola, tu hai studiato e tu no. Eravamo tutte al pari, solo queste due-tre donne, che avevano già girato un po’ il mondo. Le altre donne erano tutte donne di campagna, di lavori. Che cosa è per te una cosa bella dell’essere donna? Non so che dire io. Nei paesi non è bello mai, perché come ti ho detto uscivi di scuola vai nell’orto a far l’erba, vai a dare da mangiare alle galline, andavi a portare il secchiello del latte per mungere…

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