STORIE DI VITE RUBATE DALLO STATO

di Natascia de Matteis e Stefania Doglioli (xxd 16, giugno 2012)
OPERATRICI DI CENTRI E SPORTELLI ANTIVIOLENZA TESTIMONIANO LE CONSEGUENZE DEI TAGLI AI FONDI PER LA PREVENZIONE E LA LOTTA ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE

La signora R.S., cinquantenne, arriva allo sportello del nostro Centro antiviolenza nel mese di gennaio di quest’anno. Con lei c’è la secondogenita dei suoi tre figli, una ragazzina di 14 anni. La donna racconta di una intera vita passata a subire violenza, maltrattamenti e umiliazioni da parte di suo marito. Sei anni fa, la donna ha scoperto che suo marito deteneva sul suo pc materiale pedopornografico. R. si ribella non prevedendo la reazione di suo marito, che alla presenza dei suoi tre figli, ha tentato di ucciderla con un fucile da pesca. Schivato il colpo, la donna deposita una denuncia che poco dopo ritirerà, convinta da suo marito. La vita familiare prosegue in un clima sempre violento e pericoloso per la salute fisica e mentale di R. e dei suoi figli. A gennaio la donna si rivolge a noi. Sin da subito capiamo che il modo migliore per aiutare R. e i suoi figli è quello di proteggerli in una casa rifugio. La mancanza di case rifugio nel nostro territorio, dovuta alla chiusura di queste ultime, ci ha portato a dovere prevedere un progetto alternativo. Abbiamo fatto ricorso a risorse interne e personali della famiglia. Così oggi R. vive, facendo la spola, tra la casa dei suoi genitori e quella di una sua amica, portando con sé i suoi figli. Non siamo quindi riuscite a permettere a questa donna e ai suoi figli di riorganizzare la propria vita altrove. Non siamo riuscite a garantire serenità a questo nucleo familiare che teme ancora di poter essere avvicinato dall’uomo, nonostante gli ammonimenti e le diffide che ha ricevuto. (Testimonianza di una operatrice del centro antiviolenza RiscoprirSi di Andria).

La signora R. scappa dalla famiglia che ha formato sposandosi e si rifugia nella famiglia di origine in un gioco di dipendenze pericoloso. La presenza di operatrici professionalmente preparate la aiuta ma neppure loro sono in grado, in assenza di fondi, di garantirle un percorso adeguato. G. arriva allo sportello dell’associazione Me.dea chiusa nella sua timidezza, condivide pian piano le discussioni, le umiliazioni, gli schiaffi, i calci, gli insulti, insieme alle donne che Incontra trova forza, la riconosce. G. non vuole più quella vita per se né per i suoi figli. Ci mettiamo due mesi ad organizzare con l’avvocato, l’assistente sociale, la scuola e le forze di polizia l’uscita da casa. G. segue alla lettera le istruzioni di tutti, ed è finalmente pronta insieme ai sui figli a ricominciare la loro vita. Doccia gelata, non ci sono fondi, non ci sono case rifugio per donne vittime di violenza. Staranno “temporaneamente” in una struttura d’emergenza. Sono trascorsi due mesi, non potevano uscire (troppo vicino a casa e quindi pericoloso), nessuna notizia su nuove soluzioni, nessuna prospettiva di iscrivere i bambini a scuola, nessuna speranza di cercarsi un lavoro, di riavere una casa. La fiducia nella madre viene meno, non ha mantenuta la promessa. G. a sua volta non ha più fiducia in nessuno, non regge, non ci crede più e decide di tornare a casa. (Testimonianza della responsabile del centro Me.dea).

Il sistema sociale italiano riconosce il suo nucleo essenziale e funzionale nella famiglia. Alla famiglia chiede servizi e fornisce diritti, lo stato delega in cambio di ideologia. Ma questi sono alcuni esempi di ciò che succede in un sistema sociale e di welfare che si affida alle famiglie per contrastare l’effetto della crisi economica. Se te ne vai dalla famiglia che viola i tuoi diritti o la tua mente e il tuo corpo rimani sola e può succedere che ti ritrovi a dormire per strada dal momento che chiudono molti centri antiviolenza su tutto il territorio nazionale. Chi ti sostiene sono donne impegnate nella lotta contro la violenza di genere anche loro lasciate perlopiù sole dallo stato, che stanno cercando di resistere ma fanno sempre più fatica.

Abbiamo seguito una donna che è dovuta fuggire perché in pericolo di vita insieme al figlio di due mesi; ci siamo dovute attrezzare per pagare con i soldi dell’associazione una sistemazione per qualche giorno presso un bed and breakfast gestito dalle suore, in attesa che si liberasse uno dei pochissimi posti gratuiti disponibili in casa rifugio. (Testimonianza di una operatrice di Erinna, Viterbo).

Dal 1.1.2012 viviamo grazie al volontariato svolto dalle operatrici, dalle raccolte fondi privati (cene, eventi di beneficenza, banchetti). Con il 2011 sono terminati i trasferimenti a favore della prosecuzione delle attività degli sportelli di ascolto, le case rifugio non sono mai state finanziate, ad oggi la provincia di Alessandria ne è priva. (Testimonianza di una Responsabile del centro Me.dea).

I fondi si tagliano e non si ha neppure il coraggio di sostenerne la responsabilità, si creano piuttosto scuse ben documentate, metodologie di intervento supportate da teorie che alla prova dei fatti sono però dei veri e propri colabrodi. È il caso della cosiddetta giustizia riparativa. Applicata a donne adulte ed a minori suggerisce che è molto meglio restare in famiglia, che deve essere preservata, e propone interventi familiari insieme a chi ti sta massacrando. Certo è molto meno costoso, nei momenti di crisi i diritti diminuiscono. Dai dati di altre nazioni, come gli Stati Uniti, che hanno basato la propria politica di welfare sul concetto di family preservation, sappiamo inoltre che è del tutto inutile, ma anche loro continuano ad utilizzarla per un unico motivo: è economica! (È stato valutato un risparmio di 27000 dollari per ogni bambino che non viene ospitato fuori dalla casa familiare, nessuna valutazione però sugli effetti e sui costi di un bambino che continua ad essere abusato). Il rapporto tra tutela dei diritti e economia è strettissimo e molto delicato, ma le scelte politiche non devono necessariamente andare nel senso della riduzione dei servizi necessari a garantirli. Si tratta appunto di scelte. In Italia, il drastico ridimensionamento dei fondi statali di carattere sociale unito ai tagli delle regioni, così come deciso con la manovra finanziaria per il 2011, ha comportato un’importante riduzione degli interventi di politica sociale. Con la manovra Monti per le regioni si prevedono ulteriori tagli per 3,1 miliardi a decorrere dal 2012. Per i comuni oltre i 5mila abitanti sono previsti tagli per 1.450 miliardi nel 2012; della stessa entità, ma dal 2013, i tagli ai comuni con popolazione superiore ai 1.000 abitanti. Per le province, la riduzione dei trasferimenti sarà di 415 milioni a partire dal 2012 (Repubblica.it, economia e finanza).

Nello specifico dei servizi di sostegno alle donne vittime di violenza, i 18 milioni di euro stanziati dal Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking del 2010 sono rimasti sulla carta, e le diverse manovre finanziarie hanno ridimensionato notevolmente i fondi per garantire il mantenimento dei servizi. In vista della mancanza di posti di accoglienza nelle case rifugio, spesso le operatrici dei centri hanno agito soluzioni di ripiego: il pagamento con le risorse dell’associazione di una retta per una stanza, l’inserimento delle donne e dei loro figli in alloggi di amici e parenti, con il grave rischio di avvicinamento del partner violento. La denuncia si leva forte per l’impossibilità di garantire la serenità e dare concretezza all’autodeterminazione della donna. I finanziamenti di breve durata o l’autofinanziamento cui fanno ricorso i centri esistenti si traducono nell’impossibilità di retribuire le operatrici o versare compensi alle volontarie, nella perdita di elementi qualificati, nella difficoltà a gestire i costi per la formazione e il continuo aggiornamento, nel disconoscimento dell’expertise trentennale maturata dai centri antiviolenza fino ad arrivare alla chiusura dei centri o a fare diventare uno sportello con convenzione scaduta un presidio dei diritti delle donne, come ha testimoniato Oria Gargano della cooperativa Be free, in Sportello donna 24ore, pubblicato nel numero 14 di xxd.

L’associazione nazionale D. I. Re, che coordina 58 centri antiviolenza e case delle donne su tutto il territorio italiano, ha diramato numerosi comunicati stampa chiedendo il rafforzamento delle politiche per la prevenzione e la lotta della violenza contro le donne. Nell’appello del 3 maggio a Giorgio Napolitano “La violenza dei numeri, la responsabilità di tutti” viene fatta richiesta di non tagliare i fondi per il sostegno a centri antiviolenza e case delle donne, e di firmare la Convenzione europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne.

La mancanza di risposte ci parla fin troppo evidentemente di una mancanza di interesse e tutte le dichiarazioni a favore dei diritti delle donne non fanno che offenderci quando sono accompagnate da misure e tagli di questo genere. Se si preferisce acquistare un caccia o garantire uno stipendio ad un city manager, se si preferisce preservare i privilegi dei potenti e dei loro protetti e garantire per esempio il mantenimento di sistemi ed ideologie aggressive bisognerebbe almeno essere chiari e permettere alle cittadine e ai cittadini di avere piena consapevolezza del sistema in cui vivono.

Non diteci che non ci sono soldi, ammettete piuttosto che non avete alcun interesse a proteggere i diritti delle donne

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