LE DONNE NON SONO FATTE PER LO SPORT

di Michela Dell’Amico. (xxd 11, ottobre 2011)
SONO ESCLUSE DAL PROFESSIONISMO, SONO ESCLUSE DAL LINGUAGGIO NELLE TELECRONACHE, HANNO PREMI MINORI E NESSUNA GARANZIA. FARE SPORT PER UNA DONNA DEVE RESTARE SOLO UN PASSATEMPO
Le donne che fanno sport sono zuzzurrellone, la loro è una passione buona come passatempo, ma non può mai diventare una professione. Lo stabilisce la legge italiana per tutte le discipline e, nonostante in Germania gli ultimi Mondiali di calcio femminili abbiano coinvolto in media 26.428 spettatori a partita, e in 17 milioni abbiano assistito a Germania-Giappone nei quarti di finale, noi italiani restiamo convinti che lo sport femminile sia meno spettacolare, insomma brutto, forse anche sgraziato, diciamo un pochetto innaturale.
In Italia sono solo sei le discipline “professionistiche”: il calcio, la pallacanestro, il ciclismo su strada, il motociclismo, la boxe e il golf. In tutte le altre discipline sportive, nonostante ori olimpici o record imbattuti (Federica Pellegrini, Carolina Kostner, Francesca Piccinini, Josefa Idem, Flavia Pennetta, Patrizia Panico, ma anche i loro colleghi maschi) gli atleti sono sempre e comunque dilettanti, che godono di soli rimborsi spese, nessuna tutela contrattuale né pensionistica, niente tfr o assistenza sanitaria e, nel caso delle donne, le scritture private (nessun contratto è previsto) ammettono il licenziamento in tronco in caso di gravidanza. Un esempio? La campionessa di pallacanestro Adriana Moises Pinto è stata licenziata appena ha annunciato la maternità, e la sua società, la Pallacanestro Faenza, ha minacciato di citarla per danni.
La deputata Pdl Manuela di Centa ha proposto una legge per il sostegno dello sport femminile e per la tutela della maternità delle atlete che praticano attività sportiva agonistica dilettantistica (5 milioni di euro all’anno), ma la proposta è ferma alla Camera. State pensando che allora è bene risparmiare durante la carriera? Mica facile, i premi per le donne sono infatti sempre inferiori a quelli maschili. Esiste uno Statuto della Federazione Atletica che sulla carta vieta trattamenti differenziati, ma in pratica sono davvero moltissimi gli esempi che testimoniano il contrario. La maratona del Piceno premia i maschi fino al nono classificato ad esempio, le femmine fino al quarto. Arrivi prima? Se sei donna vale mille euro, se sei uomo vale 1.500. Vera Carraro, campionessa di ciclismo, ha fatto sapere che la medaglia d’oro significava per lei 20mila euro. Ma ben 80mila se fosse nata uomo.
Ma torniamo alle discipline più fortunate, quelle che la legge prevede come professioni: udite udite, come stabilisce la legge 91 del 1981, questo non vale per le donne, che non possono mai pensare di far del loro sport una carriera.
Se le atlete famose poi, come Patrizia Panico, della nazionale di calcio, sono sostenute dagli sponsor; è un vero popolo quello delle sportive meno famose totalmente senza diritti e con pochi soldi, obbligate in genere (come gli uomini degli sport non professionistici) ad arruolarsi nella Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, Polizia o Forze armate, che possono assumere sportivi di interesse nazionale. Eppure lo sport è un mercato ricco, che costituisce il 3% del Pil nazionale e sono 7 milioni i tesserati delle federazioni sportive nazionali.
“Credo che le differenze di salario e di opportunità tra uomini e donne abbiano una diretta conseguenza sul sociale. Le maggiori opportunità degli uomini si riflettono sulla loro posizione e sulla possibilità di affermarsi nella società. È un dato di fatto che le posizioni sociali più importanti siano occupate da uomini”. Lo dice Carolina Morace, 47 anni, allenatrice della nazionale femminile di calcio in Canada. È considerata la più grande giocatrice italiana di tutti i tempi ed è stata la prima, nella storia mondiale del calcio, ad allenare una squadra maschile del campionato, il Viterbo. In Germania ai Mondiali femminili con il suo Canada, la Morace ha trovato sugli spalti la cancelliera Angela Merkel, che presenziava al fischio d’inizio. Il sigillo a un evento a lungo promosso e sentito.
Hanno giocato Germania, Inghilterra, Francia, Norvegia, Svezia, Australia, Corea del Nord, Giappone, Guinea, Nigeria, Canada, Messico, Stati Uniti, Brasile, Colombia e Nuova Zelanda. L’Italia non ha potuto partecipare però, non ha preso parte a questa storica rassegna perché non ha superato le gare di qualificazione. Alla fine, hanno vinto le giapponesi, ma favoriti erano gli Stati Uniti della stella calcistica Abby Wambach, e il Brasile della bravissima Marta Vieira da Silva, miglior giocatrice dell’anno dal 2006 e simbolo mondiale del calcio femminile.
La bella Wambach oltretutto, come molte colleghe, appare in tv ed è un’icona. Non solo ha firmato oltre 120 gol con la maglia della nazionale, ma ha anche presenziato al celebre programma televisivo di David Letterman. In Francia d’altro canto, la Figc locale sostiene l’ingresso delle donne nel mondo del calcio con spot e iniziative, per vederle inserite non solo come professioniste dello sport, ma anche ai vertici amministrativi e nell’arbitraggio (www.fff.fr).
Ma va detto che neppure all’estero la vita è facile per le atlete. Uno dei più grandi nemici dello sport femminile in assoluto è forse Jim Roym, che vive e lavora negli Stati Uniti. Il suo show di sport alla radio è così popolare che viene trasmesso in più di 200 stazioni differenti, dagli Stati Uniti al Canada. Insomma Roym è forse la più potente personalità del giornalismo sportivo americano. Le sue trasmissioni sono pungenti, il suo pensiero vivace e interessante, ma diventa sarcastico e inutilmente crudele quando si parla di sport femminili.
In Italia? In Italia lo sport femminile è quasi ignorato, il che è forse peggio. In fatto di machismo però non deludiamo, basta guardare (o anche solo ascoltare) una partita di calcio o di MotoGP. Prima di tutto noterete che le telecronache e le radiocronache sportive sono appannaggio quasi esclusivamente maschile. Ma a sconvolgere è il linguaggio, che spesso supera l’offesa. Le espressioni “violentare la moto”, intendendo “far fare cose incredibili”; oppure “calcio maschio”, per dire gioco aggressivo, ad esempio. Quest’ultima espressione, tra l’altro, tende a giustificare comportamenti scorretti, oltre a includere il concetto di pretesa “docilità” del “calcio femmina”. “Ah, certo – commenta Morace – per me nelle telecronache non si dovrebbero usare nemmeno termini come “battaglia” o “guerra”. Lo sport infatti è essenzialmente un gioco in cui l’atleta, prima di misurarsi con gli avversari, si misura con se stesso”.

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