DI CHI E’ IL “NOSTRO” CORPO?

di Stefania Doglioli. (xxd 13, gennaio 2012)
VECCHIE E NUOVE BATTAGLIE SI COMBATTONO SUL NOSTRO CORPO. QUALI FORME DI RIBELLIONE SIAMO ABITUAT* A VIVERE ATTRAVERSO IL NOSTRO CORPO? MA SOPRATTUTTO CONTRO QUALI DIVIETI STIAMO LOTTANDO? LI CONOSCIAMO TUTTI? E QUAL È IL SIGNIFICATO?
C’è chi decide di donare il sangue, rifarsi il naso, ingrandirsi il seno, togliersi chirurgicamente la ciccia, E fin qui nulla di strano (almeno per il senso comune). C’è chi decide di cambiare sesso – con terapia ormonale annessa e obbligatoria in molti Paesi del mondo – oppure mettere a disposizione le proprie cellule o il proprio cadavere per la ricerca scientifica. E già le cose si complicano fino a ingarbugliarsi del tutto per chi decide di liberarsi delle mestruazioni togliendosi le ovaie, rimuovere i testicoli, farsi estrarre tutti denti, donare un ovulo o il proprio utero. Ci sono interventi che ci possono portare sulla passerella di una sfilata di moda o tra i* benefattor* di questa nostra società ed altri che ci etichettano come ribelli o ci possono addirittura portare in tribunale. Che cosa possiamo o non possiamo fare con il nostro corpo? La risposta a questa domanda non è affatto semplice.
Le occasioni in cui si parla del corpo si stanno moltiplicando – pratiche e discorsi scientifici, dibattiti sociali, laboratori, scuole politiche, seminari. Eppure non si capisce mai bene di quale corpo si stia parlando. Il motto “il corpo è mio e lo gestisco io”, tanto caro alle femministe della Seconda ondata, sta assumendo nuovi significati? Quando le femministe affermavano: “modificazione di sé e modificazione del mondo” quanto erano vicine ai più contemporanei movimenti di body art?
La disponibilità dell’uso del corpo è variabile. Lo scorso settembre in Gran Bretagna è stata avviata una nuova sperimentazione che prevede il trapianto temporaneo di utero per chi ne è sprovvista e vuole un figlio biologico. In molti paesi si sperimenta e si discute il trapianto di utero permanente.
Questa sperimentazione suggerisce quindi che è legale modificare il proprio corpo, correndo grossi rischi, per cercare di avere figl*, mentre per esempio non ci si può fare togliere ovaie e testicoli, per ragioni diverse dal cambio di sesso pur non correndo alcun rischio, come i protagonisti del documentario Eunuchi americani. Un altro esempio molto recente di che cosa si possa o non si possa fare con il proprio corpo arriva dalla Scozia dove, sempre lo scorso settembre, sono stati tolti quattro figli, poiché obesi, a una coppia di genitori che dopo avere seguito insieme ai propri figli un programma di “recupero della linea” non era riuscita a garantire uno stile di vita alimentare più adeguato, dal punto di vista della salute, alla propria famiglia. In Italia la notizia è stata data come fatto di costume, sorridendone e ritenendolo un eccesso. Considerare l’obesità infantile, che provoca problemi di tipo respiratorio, articolare, disturbi all’apparato digerente e psicologici e costituisce fattore di rischio per problemi cardiocircolatori, muscoloscheletrici, metabolici e lo sviluppo di tumori, qualcosa di differente da maltrattamenti o incuria, cause correnti per l’affido familiare, non può essere considerato costume.
Per analizzare il problema di che cosa si possa fare o meno con il proprio corpo è necessario sapere che In Italia questi interventi sul corpo sono permessi legalmente: chirurgia plastica (che comprende anche la mastoplastica additiva fino a proporzioni dannose per il benessere fisico), si possono donare gli organi, vengono praticate vere e proprie mutilazioni, alla nascita, su corpi intersessuati; si può cambiare sesso e certamente donare il sangue, ma questo non è proprio per tutt*. Inoltre cellule e tessuti umani oggi costituiscono la materia prima di una consistente parte di tutte le ricerche di ingegneria genetica applicata alla medicina e alla farmacologia. E gran parte delle società che operano nel settore dell’ingegneria genetica fanno correntemente uso di tessuti umani per lo sviluppo dei loro prodotti. È perfino possibile, e qualcun* lo fa, togliersi tutti i denti, dal momento che questa particolare condizione non viene considerata una malattia, oppure, pratica più frequente, limarseli per ottenere forme particolari con conseguenze sulla masticazione e sulla postura. Si interviene legalmente sul corpo, per esempio, anche con parti cesarei inutili e invasivi. Senza contare che l’anoressia è quasi un modello, il sovrappeso un problema estetico. Si può donare il corpo alla scienza dopo la morte. Ci sono normative sempre più diffuse che tendono a considerare il cadavere un bene socialmente disponibile per qualsiasi uso. Sono poi permessi capi di abbigliamento che deformano il corpo o sono rischiosi per la salute. Per esempio non è mai stata fatta una legge che vieta l’uso di un tacco di dodici centimetri che conduce a cambiamenti della postura e della biomeccanica corporea con degli adattamenti in genere peggiorativi nel tempo, ma perfino un reggiseno sbagliato può provocare disturbi cervico-brachiali, le tensioni alla cintura scapolare, nella zona cervicale e della nuca, mal di testa, disturbi alla vertebra cervicale, ma anche il mal di schiena nelle zone più basse della colonna vertebrale. Alcuni tessuti provocano dermatiti irritative e da contatto e attualmente la sicurezza dei prodotti viene garantita solamente da standard privati e dalla regolamentazione di alcune sostanze, e non di tutte quelle nocive.
Infine è legale, in una certa misura, obbligare il corpo, nel lavoro, a posture e ambienti che ne minano l’integrità e ne modificano l’aspetto e la salute. Il Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (ex 626) ha lo scopo di migliorare le condizioni di lavoro e diminuire i rischi per la salute ma non copre tutti i rischi di malattie del lavoro. Il rischio zero non esiste, dicono i legislatori. E da una parte è vero, eliminare ogni rischio per certi lavori significa impedire del tutto l’esecuzione del lavoro ma in questo buco ci finiscono le opportunità economiche che fanno si che il testo unico abbia migliorato la vita dei lavoratori senza però garantirgli la salute in tutto e per tutto.
Ci sono poi dei divieti ben precisi: Il suicidio assistito è illegale, non è possibile assumere ormoni diversi da quelli del proprio sesso biologico prevalente (a meno che non si sia inseriti in un programma per il cambio di sesso), mutilazione di arti, l’isterectomia, la mastectomia. Inoltre è vietato togliersi i testicoli, donare ovuli, sottoporsi ad alcune forme di fecondazione, la maternità surrogata, le Mtf (mutilazioni/modificazioni genitali femminili), alcune forme di modificazione chirurgica del corpo come tongue splitting, subincisioni, body implants.
Del nostro corpo quindi non possiamo fare ciò che vogliamo. Perché? Le sociologhe e i sociologi ci hanno detto da ormai molto tempo che Il corpo è un fatto sociale, il corpo esprime integrazione o ribellione, cambiamento, bisogni, identità. Il corpo può mettere in discussione l’ordine sociale. È la risposta che stavo cercando?
La legge giustifica i divieti in nome dell’integrità del corpo: l’articolo 5 del Codice civile dice che gli atti attraverso i quali disponiamo del nostro corpo sono vietati quando procurano una diminuzione permanente dell’integrità fisica o quando sono contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume. Ma alcune pratiche considerate legali come ad esempio la chirurgia plastica estrema, le operazioni su corpi neonati intersessuati, le donazione di organi che compromettono l’integrità del corpo, non vanno forse contro questa legge? E poi: non è semplice definire l’integrità laddove l’esistenza dei cittadin* disabili induce a rivederne il concetto nel momento in cui ci ha permesso di considerare il corpo “standard” come diverso e non necessariamente migliore nelle sue capacità esperienziali e di costruzione di significati e identità. E proprio sull’identità il femminismo ci ha insegnato a considerare diversamente l’idea di libertà, che è libertà di essere, la libertà prima di tutto di ritrovare una identità, diversa da quella proposta dalla cultura dominante a partire principalmente dalla riflessione sul corpo.
Il corpo è spesso, a nostra insaputa, un campo di battaglia, modellato dagli scontri fra gruppi con valori differenti e diversi interessi politici ed economici. Attraverso il corpo esprimiamo la nostra storia personale e quando questa è differente da quella desiderata dalla cultura dominante della società in cui viviamo, viene ostacolata, censurata, negata ma anche modificata e corrotta, plasmata su ideali che potrebbero non appartenerci e/o che ci danneggiano.
Se il corpo è costruito socialmente è la cultura dominante a determinarne forme e funzioni. Se si analizzano i divieti legali si nota che ciò che viene normato è essenzialmente la vita, con il divieto all’eutanasia ad esempio, e la riproduzione, per esempio con il divieto ad alcune pratiche di fecondazione, all’asportazione di ovaie, utero e testicoli, assolutamente non indispensabili alla vita del corpo, ma fondamentali per la vita della società, la cui riproduzione culturale è assicurata anche attraverso la limitazione di interventi sul corpo che ne disegnano forme o funzioni differenti da quelle dello status quo. Si permette la transessualità a patto che sia accompagnata da sterilità (e l’ammissione di avere un disturbo psichico) perché, in genere, permette di ribadire la dicotomia sessuale normativa.. Con questo stesso scopo si promuove la trasformazione di corpi intersessuati, con vere e proprie mutilazioni. Si cerca inoltre di limitare gli interventi sul corpo che affermano la diversità, molte pratiche della body art, impianti sottocutanei, tongue splitting, scarificazioni, attraverso il divieto al di fuori della pratica medica laddove la medicina ufficiale non si è ancora avvicinata a questo tipo di interventi nonostante si presti a modificazioni corporee, attraverso la chirurgia plastica, spesso estremamente rischiose e dannose per la salute. È assolutamente evidente come quest’ultima serva a confermare le persone in un canone estetico imposto dagli standard moderni di bellezza, l’altro, al contrario, serva ad allontanarsi da ciò che comunemente viene considerato bello.
Il corpo sociale teme dunque la morte e i desideri che non può controllare. È questa ansia di morte che ci troviamo di fronte quando proponiamo nuovi sistemi sociali. In un interessante saggio di Enrico Pozzi ho letto: “si può fare quasi di tutto ad un corpo purché rimanga vivo e purchè l’azione che si compie abbia la funzione di socializzare: lo si può penetrare, deformare, marchiare, chiuderne gli orifizi o aprirne di nuovi, ma non si può consapevolmente ucciderlo”. Ed infatti tutto ciò che non mette in pericolo l’esistenza dell’essere umano o della forma sociale in cui vive, abbiamo visto, è permesso.

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