CIE, BE FREE A PONTE GALERIA

di Natascia de Matteis. (xxd 4, febbraio 2011)
IL RACCONTO DI UNA OPERATRICE SULLA RABBIA E LA PAURA PER LE STORIE DI TRATTA, VIOLENZA E DISCRIMINAZIONI NARRATE DALLE DONNE DENTRO IL CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE DI PONTE GALERIA DI ROMA
Se mi chiedete quale sia la formula migliore per il sostegno e l’attivazione di percorsi di reinserimento e protezione per le donne vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e/o lavorativo, io risponderei: Centro antitratta. È un luogo di donne per le donne caratterizzato dalla continuità, dall’accoglienza, da ampie possibilità di intervento. Ma quando da anni lavori sulle violenze contro le donne, per esempio a Roma, devi adeguarti ai tagli dei finanziamenti, a chi li concede in Provincia o in Comune. È una scommessa politica difficile da ignorare, accettare e sostenere ma, per necessità, avvii uno sportello

di ascolto direttamente nei luoghi dove le donne vengono trattenute per essere identificate e spesso espulse. Il CIE di Ponte Galeria, per esempio. Non è stato facile scegliere di lavorare a questo progetto. Qui il setting è completamente diverso, i tempi limitati. La sezione femminile è un luogo pervaso da inferriate metalliche, ai lati e sul tetto, e quando ti affacci guardi il tempo sospeso delle donne, rinchiuse perché clandestine, amministrativamente detenute. C’è chi resta nelle stanze, che sono piccole con tanti letti, chi stende panni su corde legate alle sbarre, altre appoggiano un lenzuolo per terra e sdraiate parlano fra loro, piangono, dormono o riflettono sole. La luce filtra attraverso le sbarre sulle loro mani, mentre attendono la visita medica o la consulenza legale. I luoghi dei colloqui sono sempre gli stessi, la mensa e la piccola biblioteca. Non c’è privacy e spesso sono presenti le maman che controllano le donne nigeriane. Abbiamo dovuto reinventare sul momento delle modalità per entrare in relazione con le donne, per aprire un autentico spazio di ascolto empatico in cui si possano sentire riconosciute. Sono soprattutto nigeriane e cinesi le donne che abbiamo incontrato, ma anche cittadine della ex Jugoslavia, maghrebine, latino-americane, cittadine dell’ex URSS e albanesi, e ancora donne apolidi, cittadine di campi rom, donne che hanno già scontato una pena e attendono l’espulsione. Notevole è anche il numero delle badanti che non hanno potuto essere regolarizzate per scadenza dei termini o problematiche inerenti il datore di lavoro. Le donne che incontriamo ci parlano di tratta, di sfruttamento sessuale e lavorativo, di violazioni dei diritti, incominciati nel paese di origine, dove circa il 15% ha subito un percorso di violenza e persecuzione che continua qui, ignorato due volte quando la richiesta di asilo non viene concessa. Non basta alle operatrici la competenza, intesa come accoglienza, ascolto e attivazione di risorse per un percorso di fuoriuscita, ma è necessario lavorare sui nostri ideologismi e stereotipi. La violenza raccontata fa paura, noi non ci siamo identificate in loro, abbiamo dovuto mantenere una distanza emotiva “professionale”, riconoscendo l’utilità di una presa in carico integrata del caso. Il disorientamento ha caratterizzato l’inizio del nostro lavoro e poi rabbia, frustrazione e la paura quando ti chiamano al telefono con la voce rotta perché è giovedì, e giovedì gli aerei le riportano forzatamente a casa. L’esperienza più intensa è quando senti a gran voce alcune urlare “freedom”, i colloqui si interrompono, esci dalla mensa e vivi un grande spettacolo che ci e si regalano: una pratica agita di sorellanza per festeggiare l’uscita di una donna dal CIE. Accorrono molte nigeriane, si uniscono talvolta donne di altra provenienza e in cerchio iniziano a cantare e ballare, agitando strumenti improvvisati, creati da loro, urlano in pidgin parole di libertà. A volte però è come un pugno nella pancia, perché troppo spesso quando escono dal CIE, ci sono intermediari o sfruttatori che le aspettano. Quando invece hai ottenuto fiducia, perché la donna ha un coraggio grande quanto una casa, ha sporto denuncia ed è pronta ad entrare in un centro antitratta, ti capita di accompagnarla in stazione. Con Vincent per esempio, che finalmente ha ottenuto il parere favorevole e può iniziare il suo percorso di reinserimento in una struttura protetta. Sono al CIE e, mentre parlo con un operatore di Polizia dell’Ufficio Immigrazione, all’improvviso mi sento stringere e urlare: “Grazie, sono libera, libera!”. Mi giro e Vincent è un fiume in piena, piange mentre sorride e continua a urlare la sua libertà. Mentre ci rechiamo alla stazione, ricordo a Vincent che nella struttura il telefono le verrà temporaneamente tolto e Vincent inizia a telefonare a tutta la sua famiglia, alle amiche e alla nostra operatrice che l’ha seguita. Il suo corpo si muove come a danzare. E tu devi solo trattenere le lacrime e pensare a guidare e resisti, perché a volte la scommessa politica la vinci, perché i risultati ci sostengono e stimolano: gli inserimenti realizzati in articolo18 – “Soggiorno per motivi di protezione sociale” del Dlgs 286/1998- col parere favorevole della Procura della Repubblica e a inserimento in struttura protetta già avvenuto, sono stati 18 tra il 2008/2009. Uno dei prodotti del nostro lavoro è il “Dossier sull’esperienza di sostegno a donne nigeriane trattenute presso il C.I.E. di Ponte Galeria e trafficate attraverso la Libia”, che abbiamo riportato nella seconda parte del volume Storie di Ponte e di frontiere. Il Dossier denuncia una circostanza che ci ha colpito per la sua forza drammatica: la costrizione alla prostituzione subita dalle donne nigeriane durante il passaggio per la Libia all’interno di bordelli, non legali ma ben strutturati e noti a tutti, diffusi nelle zone centrali di Tripoli e dintorni. Non intervenire sulla possibilità di offrire adeguate forme di protezione alle vittime anche nel caso il crimine contro di loro non sia avvenuto sul territorio italiano, come invece prescritto dall’ articolo 18, priverebbe queste donne, già vittime di prostituzione forzata e destinate a subire lo stesso reato sul territorio nazionale, di qualsiasi possibilità di salvezza

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